rank-math domain was triggered too early. This is usually an indicator for some code in the plugin or theme running too early. Translations should be loaded at the init action or later. Please see Debugging in WordPress for more information. (This message was added in version 6.7.0.) in /home/dhktaefp/stage.italianinews.com/wp-includes/functions.php on line 6170metform domain was triggered too early. This is usually an indicator for some code in the plugin or theme running too early. Translations should be loaded at the init action or later. Please see Debugging in WordPress for more information. (This message was added in version 6.7.0.) in /home/dhktaefp/stage.italianinews.com/wp-includes/functions.php on line 6170newsreader è stato attivato troppo presto. Di solito è un indicatore di un codice nel plugin o nel tema eseguito troppo presto. Le traduzioni dovrebbero essere caricate all'azione init o in un secondo momento. Leggi Debugging in WordPress per maggiori informazioni. (Questo messaggio è stato aggiunto nella versione 6.7.0.) in /home/dhktaefp/stage.italianinews.com/wp-includes/functions.php on line 6170Correva l’anno 2007. Al governo c’era Romano Prodi, e tra i dossier che aveva sul tavolo c’era la vendita di Alitalia, la compagnia aerea di bandiera specializzata nel provocare voragini nelle casse dello Stato. Il “Professore” aveva trovato un accordo con Air France e Kml per una vendita al prezzo di poco meno di 2 miliardi di euro, ma purtroppo per lui – e per i conti pubblici – quello era periodo di elezioni; il centrodestra, tramite il suo candidato Premier era Silvio Berlusconi, s’indignò per la svendita allo straniero della flotta tricolore. Pretese e ottenne da Prodi di lasciare in sospeso la trattativa, lasciando che fosse il successivo governo – legittimato dal voto popolare – ad occuparsene.
Il resto è storia. Il popolo sovrano scelse (di nuovo) Silvio, e costui si impegnò a tutelare l’onor della Patria nel più italico dei modi: scaricando i costi sulla collettività e regalando i profitti ad una cordata di imprenditori amici del governante di turno. Alitalia fu divisa in due; da un lato la bad company, in cuifinirono tutti i debiti e la cassa integrazione dei dipendenti, coperti dai soldi pubblici (circa 3 miliardi di euro); dall’altro la parte buona (C.A.I., Compagnia Aerea Italiana), finita in mano ai celeberrimi “Capitani coraggiosi”: Benetton, Marcegaglia, Riva (quelli del’Ilva di Taranto), Tronchetti Provera, Colaninno.
Nonostante i cambi di nomi e di proprietari, tuttavia, la compagnia ha continuato a chiudere i bilanci in rosso, a far fuggire gli altri partner stranieri e a dilapidare i conti pubblici.
Oggi, alla vigilia di elezioni che – salvo miracoli – vedrà il popolo italiano rimandare al governo gli stessi soggetti che condussero il Paese sull’orlo della bancarotta nel 2011 (quando Napolitano fu costretto a chiamare Mario Monti ad un esecutivo tecnico per scongiurare l’arrivo della Troika), il tema della difesa di ITA Airways (questo l’ultimo nome di Alitalia) è tornato attualissimo.
Il governo Draghi sembra intenzionato a chiudere un accordo con la tedesca Lufthansa, che – per mezzo del suo AD – nei giorni scorsi aveva sollecitato l’esecutivo ad accelerare i tempi; ma, esattamente come nel 2007, è arrivato l’altolà della destra italiana.
Ed è un altolà ancora più “urlato” e deciso di allora, visto che ora a guidare l’armata dei patrioti c’è la donna-madre-cristiana Giorgia Meloni. Una che, su questi temi, ha le idee chiare: “Difesa dei nostri beni strategici e della nostra capacità produttiva dall’aggressione straniera” recita l’ultimo paragrafo del secondo punto programmatico di Fratelli d’Italia. E tra i “beni strategici”, per Giorgia, c’è anche la compagnia di bandiera: in una lettera aperta datata aprile 2021, ella chiosava (grassetti miei) affermando che
La sovranità prevista dalla Costituzione si compone di tanti tasselli, tra cui la libertà di volare autonomamente, proprietari dei propri interessi, capaci di salvaguardare una delle tradizioni aviatorie più prestigiose della storia moderna. Una mini compagnia non ci farà toccare il cielo della rinascita italiana
Per un’analisi-debunking dei contenuti di quella lettera mi limito a rimandare a questo articolo. Ciò che preme sottolineare in questa sede è un altro aspetto, cioè il carattere sfacciatamente corporativista del suo programma economico; carattere che si estende ben oltre la vicenda Alitalia, ovviamente.
Per Giorgia il compito dello Stato è la difesa dell’Italia(nità) così com’è. Le imprese italiane – soprattutto quelle piccole e piccolissime – vanno difese dalle “aggressioni straniere”, dalla concorrenza che è sleale per definizione. Lo ha ribadito in modo esplicito anche lo scorso 29 aprile, alla conferenza programmatica del partito:
Continueremo a difendere i nostri balneari, non accetteremo supinamente che 30mila aziende italiane vengano espropriate per calmare gli appetiti delle multinazionali straniere e il servilismo del governo italiano
Già, proprio quei balneari salvati svariate volte dai governi di ogni colore dall’applicazione della famigerata direttiva Bolkenstein, che solo ora – dopo una sentenza del Consiglio di Stato e l’approvazione del dl concorrenza del governo Draghi – sembravano poter essere finalmente applicata anche in Italia.
Ma l’avvento di Giorgia a Palazzo Chigi stravolgerà verosimilmente anche questo piccolo passo in avanti: Meloni vorrebbe addirittura creare un apposito Ministero del mare, “che possa mettere in relazione tutte le attività del mare, dalla pesca alla nautica, al turismo balneare”.
E pazienza se all’estero le concessioni vengono messe a gara, o i tassisti lavorano insieme ad Uber abbassando i costi del trasporto locale e migliorando l’efficienza del servizio; noi siamo l’Italia, e se all’estero non fanno come noi sono loro che sbagliano.
]]>Flat tax: Si tratta di una proposta risalente già al 1994, anno della discesa in campo di Berlusconi, ma tornata prepotentemente di moda con la campagna elettorale di Salvini di cinque anni fa, quando il Capitano girava l’Italia con magliette che recitavano “Flat Tax al 15%: si può”. Di recente è tornato sul punto anche lo stesso Berlusconi, rilanciando l’aliquota unica al 23%.
Ma non ci sono solo i partiti ad aver riflettuto su questa proposta. L’Istituto Bruno Leoni, in un documento firmato da Nicola Rossi, ipotizzava uno sistema al 25% (qui il pdf).
Si tratta di un sistema fiscale che prevede un’unica aliquota, in luogo di diversi scaglioni progressivi al crescere del reddito. In Italia, a dire il vero, un esempio di flat tax è già in vigore, ed è l’IRES, che prevede un’aliquota al 24%. Diversa invece la situazione dell’IRPEF, riformata dal governo Draghi e che attualmente prevede quattro scaglioni:
In caso di introduzione della flat tax, questi scaglioni verrebbero quindi aboliti e tutti pagherebbero una stessa aliquota.
Solitamente la flat tax trova la ferma opposizione dei partiti di sinistra, secondo i quali essa sarebbe una misura di cui beneficerebbero molto più i ricchi dei poveri; effettivamente, ad una prima occhiata, le fasce di reddito che attuamente pagano aliquote più alte (35% e 43%) avrebbero lo “sconto” maggiore, mentre meno benefici ci sarebbero per le fasce più povere. Tuttavia, si possono fare alcune considerazioni:
Il sistema delle deduzioni sarebbe poi, secondo i sostenitori della flat tax, la chiave di volta per scongiurare il rischio di incostituzionalità. L’articolo 53 della Costituzione italiana, infatti, al secondo comma recita
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.
L’opzione sarebbe quella di riformare il TUIR; sul sito Informazione fiscale si ipotizza:
Posto dunque che un’ipotetica flat tax “medio-alta” non sarebbe né ingiusta né incostituzionale, viene da chiedersi quali benefici potrebbe portare.