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È questa una pubblicazione che ripercorre il decennio che ha plasmato la visione artistica di Pino Minafra, dagli esordi nella musica corale e bandistica pugliese fino ai primi passi nel jazz internazionale. Attraverso registrazioni rare e inedite, recuperate con dedizione e fatica da Livio, emerge una visione del jazz che affonda le sue radici nel contesto culturale europeo, slegata dalle canoniche influenze d’oltreoceano e perfettamente integrata nella storia musicale della Puglia.
Il progetto Lost Tapes è nato da un’idea di Livio Minafra nel 2017. Ogni volume della serie è una scoperta, e questo omaggio a Pino Minafra riavvolge il nastro alla ricerca dei primi passi di un artista che ha contribuito a dare forma al jazz europeo. Di esso ce ne parla nel dettaglio in questa intervista.
Come nasce l’ispirazione per il progetto Lost Tapes?
Franco Chiarulli, un gommista. Eravamo a metà degli anni 2000 a Ruvo di Puglia ed io ero lì per la revisione della macchina. Si rivolge a me in dialetto locale:
– Vìnə dò, Mənà, vìnə dò. Vìnə a səndèjə. (Minafra, vieni qui a sentire!) Mi avvicino. Lui era seduto in una vecchia Fiat Uno e stava maneggiando il vecchio stereo a cassetta.
– Vieni, ascolta!
Parte la Musica.
– U gìezzə. E mò secondo tàikə, ci è ka stè a sənò? (Il Jazz! E ora, secondo te chi sta suonando?)
Preso alla sprovvista ma identificato in linea di massima lo stile cominciai a fare dei nomi: Duke Ellington? Fletcher Henderson? Count Basie? Ma più ne dicevo e più lui rideva fino a che, come una mitraglietta disse:
– Kìsse sò Mimì Laganàrə cu Zənghənnìddə au kondràltə, Pipùccə au tenòr e Menghìne Saullə a la trùambə. (Questi sono Mimì Laganara con Zənghənnìddə (Enzo Lorusso) al sassofono contralto, Pipuccio Pellicani al tenore e Menghino Saulle alla tromba). Orchestra di Bisceglie. Anni ’50.
Rimasi a bocca asciutta. Possibile?
Avevo sentito parlare da mio padre di alcuni musicisti che nel dopoguerra si erano distinti. Erano di Ruvo ed erano nati nella banda. Un certo Santino Tedone aveva persino suonato in Rai. Ma più di tanto non avevo approfondito. Passarono gli anni. Arrivò il 2017, il 16 ottobre 2017. Di notte sognai Pinuccio De Leo, musicista di Ruvo, che mi diceva: – Fai presto. Pinuccio De Leo era stato compagno di mio padre nei primi giri dei night club a fine anni ’60 in Medio Oriente. Lui suonava il sax tenore, mio padre la tromba. Avevano girato Libano e Persia, prima che divenisse Iran. Con Pinuccio ci salutavamo ma non c’eravamo mai più di tanto intrattenuti a parlare, né tantomeno c’era una forte amicizia. A maggior ragione perché era venuto in sogno e cosa aveva voluto dirmi? Mi tornò in mente quell’episodio dal gommista Franco e decisi di fare qualche ricerca su questi musicisti di cui avevo sentito solo parlare da persone dai 70 anni in su. L’idea fu di fare delle interviste ad alcuni di loro viventi, o ai figli, per scoprirne di più. Nacque in quel momento il docufilm Iazz Bann, che vedrà la luce 5 anni dopo. Ma perché Pinuccio mi era venuto in sogno? Perché proprio lui? Lo andai a trovare e scoprì che… proprio il giorno in cui l’avevo sognato, gli avevano diagnosticato un male, che in effetti alcuni mesi dopo se lo portò via. Mi aveva dunque voluto mandare un messaggio con l’inconscio? Ma perché proprio a me? Cominciai allora da Enzo Lorusso. Un musicista prodigioso, dicevano. Franco Lorusso, il fratello, me ne aveva sempre parlato. Così lo andai a trovare. Lessi subito in lui gioia per le ricerche che intendevo intraprendere ma anche dello scetticismo. Il fratello era morto da 51 anni… cosa mai avrei potuto recuperare e ricostruire? Partirono in quel momento una serie di ricerche che nella mia mente erano tutte aghi nei pagliai, quasi impossibili da trovare. Poi non sono riuscito più a fermarmi. Era come se questi spiriti, dapprima infastiditi di essere disturbati innanzi al loro placido oblio, avessero poi riconsiderato le mie intenzioni e mi avessero quindi cominciato a mandare segnali, indizi e tanto altro sulla mia strada, sulla mia vita, che non sarebbe stata più quella di prima. Ed ecco Lost Tapes, i nastri perduti, con Simone De Venuto, Angapp Music, mio vecchio alunno. Storie di uomini, storie di tempi che furono, delle nostre origini, storie di povertà, speranza, vitalità e professionismo… che non andava fatto morire due volte. Perché la morte tocca a tutti, ma l’oblio è una nefandezza dell’uomo e non del Creato.
Tre aggettivi per definire Lost Tapes vol 21?
Antico, moderno, necessario.
Quanto è importante per lei diffondere con il progetto Lost Tapes la cultura del jazz europeo?
In realtà sul Jazz Europeo ho scritto un libro assieme a Ugo Sbisà, di nome “Jazz Europeo, non di solo passaporto”, edito Digressione, perché in Europa abbiamo amato il jazz ma molti hanno saputo/voluto integrarlo alla propria cultura facendone diventare qualcos’altro. Jan Garbarek, Misha Alperin, Gianluigi Trovesi, Enrico Rava… Con Lost Tapes invece vado alla ricerca di nastri perduti di artisti dimenticati, dei quali non c’è nulla. Parlo della comoda, pigra ma efficace ricerca YouTube, Google, Spotify… e così colmo un vuoto culturale. Guardi, tra fare una guerra e dimenticare un artista non c’è differenza. Vi è carenza di esercizio di memoria in entrambi i casi.
Quando e come emerge la sua passione nei confronti della musica?
Da piccolo, figlio di musicisti, cresciuto a pane e musica!
Quanto è importante il costante studio e la sperimentazione per lei?
Importante studiare. Fondamentale creare per trovare sè stessi. E invece assisto ancora a ciò che io definisco il “conformismo didattico”. Siamo ancora lontani da e-ducere, educare veramente, ovvero tirare fuori. Ecco perché per me abc, storia ed invenzione. Fin dalla prima lezione, perché se si pretende di inventare dopo aver imparato… la mente risulta satura e incapace di giocare.
In che misura il talento di suo padre l’ha motivata nel perseguire la sua carriera artistica?
Anche mi madre suona. Clavicembalo. In repertori barocchi e contemporanei. Mio padre invece, jazzista e sperimentatore. In questo senso mia madre mi ha incoraggiato a formarmi (ho oggi 4 lauree musicali) mentre mio padre mi ha insegnato a coltivare un pensiero compositivo. E questo provo a fare in Conservatorio. Ma purtroppo, assomigliare a dei modelli è ancora forte come tentazione, piuttosto che… assomigliarsi.
Nel corso della sua carriera lei ha stretto diverse collaborazioni con grandi musicisti. Una collaborazione che l’ha segnata più di tutti e perché?
Ho suonato con Louis Moholo, con Bobby McFerrin, con Jerry Gonzalez… ma la “collaborazione” che più mi ha segnato mi vedeva infante alle prese col gruppo di mio padre negli anni ’80, con Antonello Salis al pianoforte. Quella forza della natura a 3, 4, 5 anni mi ha colpito per sempre. Una musica sulfurea, roots ma anche delicata, che mi ha segnato per future visioni.
Un consiglio che darebbe ad un giovane musicista che vuole emergere nel panorama jazz italiano…
Fare i conti con la sua geografia sonora e solo dopo unire la modernità più sfrenata. Amo Renaud-Garcia Fons perché si sente il flamenco; amo Gabarek perché sento le steppe; amo Galliano perché si sente la Francia. Tutto il resto è globalità? No, tutto il resto è Findus.
]]>“Carlos Tavares ha commesso tanti errori e nessuno lo rimpiangerà, ma sbaglia la maggioranza di governo a usarlo come capro espiatorio della crisi dell’auto”. Lo affermano in una nota Gaetano Pedullà e Pasquale Tridico, europarlamentari del Movimento 5 Stelle. “La sofferenza del settore – continuano – viene da lontano, è in parte strutturale, conseguenza delle diverse abitudini dei cittadini, e in parte dovuta ai cambiamenti nel settore della mobilità. Davanti alla sfida epocale della transizione verso l’elettrico, il governo ha deciso di restare immobile, abbandonando case automobilistiche e lavoratori in un momento decisivo”.
Il Movimento 5 Stelle “ha presentato un emendamento alla manovra per ripristinare i fondi destinati all’automotive, scippati dal governo per destinarli alla difesa, e vuole andare oltre. La crisi è europea, come dimostrano gli scioperi in Germania e le chiusure di stabilimenti in Belgio, e serve una risposta europea. Con un nuovo fondo, sul modello di Sure che con successo ha funzionato durante il Covid, potremmo salvaguardare i posti di lavori a rischio a condizione che le case automobilistiche facciano i compiti a casa”.
“Nessun finanziamento a pioggia, ma precise condizionalità che permettano al settore dell’automotive di programmare i necessari investimenti richiesti per le auto elettriche. Il governo porti questa battaglia in Europa, batta i pugni a Bruxelles per salvaguardare l’interesse nazionale e salvare così l’industria italiana dalla tragedia. Basta scaricabarile”, concludono.
]]>Sappiamo che il cambiamento delle proprie abitudini alimentari, attuato ancora prima dell’inizio delle terapie e continuato durante il trattamento, può attenuare o risolvere vari disturbi gastrointestinali che accompagnano spesso il percorso verso la guarigione.
Per trattare nel dettaglio l’argomento abbiamo consultato la Dottoressa Rachele Aspesi, farmacista specializzata in Nutrizione e Dietetica Applicata, autrice del volume “La dieta anti-cancro esiste? La prevenzione a tavola tra verità e scienza – Con le ricette della salute” (Edizioni Lswr) e curatrice del blog http://nutrirelasalute.farmacista33.it/
Dottoressa Aspesi, cosa non deve mancare nella dispensa di un malato oncologico?
Questa è la fase in cui è indispensabile controllare l’introito adeguato di nutrienti per garantire di non incappare in carenze nutrizionali o errati bilanciamenti. Sicuramente in questa fase occorre risolvere condizioni di malnutrizione molto avanzate, in cui il rischio di sarcopenia del paziente è dietro l’angolo.
Chi segue cure oncologiche rischia di soffrire di disturbi gastrici come vomito e nausea. Come combattere questi disturbi a tavola?
Il piatto della salute che vi propongo, secondo le indicazioni della World Cancer Research Fund e in base alle caratteristiche della nostra dieta mediterranea, prevede la presenza di tre componenti volumetricamente simili e sono ortaggi, verdure, cereali integrali e proteine sane. Per attuare le combinazioni alimentari corrette, si consiglia un menù che preveda la composizione adeguata del monopiatto e, in particolare, ricordiamoci di preferire il consumo di frutta lontano dai pasti o almeno mezz’ora prima, meglio se a colazione o negli spuntini. Occorre provare a utilizzare una porzione di verdure crude a inizio pasto, seguite dal monopiatto composto da cereali integrali, proteine nobili e verdure cotte. Fa tanto abbinare proteine vegetali a carboidrati integrali per ridurre l’effetto di digestione lenta che, purtroppo, alcune proteine animali potrebbero creare, generando fenomeni fermentativi fastidiosi. Ricordiamoci che i legumi si digeriscono e si assimilano molto bene se preceduti da insalate crude e accompagnati da verdure verdi cotte per poco tempo; sono, inoltre, più digeribili quanto più sono piccoli, come lenticchie e azuki.
La soluzione maggiormente consigliata per contrastare nausea e vomito, soprattutto a ridosso dei giorni di terapia, è mangiare poco e spesso, spezzando i tre pasti principali in circa 6 spuntini al giorno. Inoltre utile è evitare i piatti troppo elaborati o pesanti e i cibi con sapori e odori molti forti.
Come contrastare invece astenia e stanchezza?
Quando dormire non basta per ricaricare le pile e le normali attività quotidiane appaiono come ostacoli insormontabili, in gergo si parla di fatigue, una sorta di malattia nella malattia. Il consiglio è di puntare su cibi integrali, legumi, fibre con un po’ di olio extravergine di oliva, che aiutano a mantenere livelli di energia più stabili nel tempo.
Qual è la merenda ideale?
Per fare una merenda veloce e leggera si può optare per una porzione di frutta fresca accompagnata da piccole porzioni di frutta essiccata o secca come noci, mandorle o anacardi che, contenendo una buona dose di magnesio, aiutano a combattere la fatigue.
Cosa deve esserci nelle nostre dispense, per fare sempre prevenzione?
Ci sono diversi alimenti che non devono mai mancare, eccone tre. In primis il riso integrale Dal punto di vista nutrizionale è una buona fonte di vitamine del gruppo B, alleate del buon funzionamento del metabolismo, di potassio amico della salute cardiovascolare, di calcio e fosforo utili per la salute di ossa e denti, di rame e ferro necessari per la produzione di globuli rossi e di selenio, minerale necessario per il buon funzionamento delle difese antiossidanti naturali dell’organismo. Seguono i frutti di bosco che rappresentano una fonte ineguagliabile di polifenoli dall’accertato effetto antitumorale. Lo ribadiscono molti studi, a partire da una famosa ricerca statunitense, apparsa già nel 2009 sulla rivista dell’American Association for Cancer Research, che ha dimostrato l’utilità di una specie di lamponi neri, simili alle more, diffusi soprattutto nell’America settentrionale con spiccata azione antitumorale, contribuendo in modo significativo alla diminuzione del rischio di numerose forme neoplastiche. Infine il lino che negli ultimi anni ha assunto un ruolo speciale negli studi in ambito oncologico per il suo contenuto preziosissimo di acidi grassi essenziali della serie Omega-3.
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Ci accompagna anche nei momenti più difficili e bui. Ci consente di ricaricarci, rilassarci, di fare il pieno di energie positive e vitali. La musica esprime voglia di vivere e si ciba della vita stessa.
La musica è un ottimo antistress e migliora il nostro umore quando attraversiamo periodi difficili. A confermarlo è uno studio psicologico approfondito condotto presso l’Università di Belfast.
Il team di ricercatori di Belfast ha coinvolto circa 80 individui che hanno completato una prova sperimentale consolidata in psicologia, il cosiddetto “Trier Social Stress Task”. Questo esperimento psicologico consisteva nel creare uno scenario connesso con lo stress di parlare in pubblico. In pratica veniva chiesto ai partecipanti al test di preparare in forma scritta e nel giro di 5 minuti un piccolo estratto sulla propria vita. In seguito esso doveva essere presentato oralmente di fronte a un pubblico.
Questa è una prova che crea disagio nelle persone perché non tutti sono capaci di parlare efficacemente e con assertività davanti ad un pubblico. Lo stress emotivo e la paura connesse ad una prova di questo tipo aumentano quando si ha poco tempo per prepararsi il proprio discorso. La fretta e avere un tempo stabilito genera stress.
Dopo la fase di scrittura gli esperti hanno diviso il campione in due gruppi: il primo doveva ascoltare la propria musica preferita per 10 minuti prima della presentazione orale. Il secondo invece doveva ascoltare un documentario scientifico. Dall’esperimento è emerso che dopo questi 10 minuti di pausa, coloro che avevano ascoltato la propria musica risultavano più rilassati, meno confusi, meno tristi al pensiero di dover parlare in pubblico. Quelli che invece avevano ascoltato il documentario erano depressi, inquieti, agitati.
Questa ricerca psicologica ci conferma quanto la musica abbia un effetto positivo e terapeutico nelle nostre esistenze.
L’educazione musicale dovrebbe essere impartita e allenata già in tenera età. La musica stimola la mente dei più piccoli. E’ stato provato scientificamente che i bambini che ascoltano musica già nei primi mesi si vita diventeranno più intelligenti, socievoli.
Suonare uno strumento stimola il cervello e lo sviluppa ampiamente. Grazie alla musica anche la nostra sfera emotiva viene potenziata. Quando si impara a suonare si diventa multitasking e si acquisisce maggior problem solving, social skills di vitale importanza nel mondo del lavoro. L’educazione musicale nei più piccoli accresce il processo decisionale da adulti. Aiuta infatti a prendere decisioni in maniera celere ed efficace.
Suonare è una “palestra” per il nostro cervello che è tenuto a mantenersi costantemente lucido e concentrato. Quando si suona bisogna mantenere la mente attiva. Ciò è un continuo esercizio di memoria.
Chi suona uno strumento in futuro sarà meno timido nell’esporsi in pubblico e nel parlare ad una platea. Svilupperà maggiore capacità di instaurare rapporti interpersonali perché inevitabilmente chi fa parte di una band sviluppa nel tempo la coesione, la solidarietà, il rispetto, l’empatia e la capacità di lavorare in squadra.
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Non è altro che uno snack di carne secca tradizionale sudafricano, apprezzato per il suo alto contenuto di proteine e il suo sapore inconfondibile.
Con una preparazione che risale ai coloni olandesi del XVII secolo, la carne viene marinata con aceto e speziata con coriandolo, pepe nero e sale, per poi essere essiccata lentamente. Il risultato è un alimento morbido, gustoso e altamente nutriente, perfetto per essere portato e consumato ovunque perché non unge e non necessita di refrigerazione.
A far conoscere questa tradizione sudafricana in Italia ci ha pensato il marchio Qina, che in lingua Zulu significa “forza” fondato dall’imprenditrice Marcella Manghi.
Scopriamo insieme quali sono le motivazioni che rendono il biltong di struzzo un cibo salutare e molto apprezzato:
– Alleato dell’alimentazione sana: la carne di struzzo è una scelta sorprendente e non convenzionale, che spicca per le sue qualità nutrizionali. Lo struzzo è infatti una carne magra, altamente ricca di ferro e omega-3, un alleato per chi cerca un’alimentazione equilibrata, perfetta per giovani in età di sviluppo, per le donne in gravidanza e per chiunque voglia evitare i grassi saturi senza rinunciare a una fonte proteica completa.
– Un’alternativa più sostenibile rispetto alla carne bovina: l’allevamento dello struzzo ha un impatto ambientale significativamente ridotto rispetto all’allevamento di altri animali. Lo struzzo consuma meno risorse e genera meno emissioni, rappresentando una scelta più sostenibile rispetto alla carne bovina. Questa scelta risponde alle esigenze di un pubblico sempre più consapevole e attento all’impatto ambientale delle proprie abitudini alimentari.
– Un superfood proteico salato: in un mercato dominato da snack proteici dolci, come barrette, biscotti e frullati, il biltong di carne di struzzo rappresenta un’alternativa salata. Con soli 2g di carboidrati per 100g di prodotto, il biltong è inoltre un alimento ricco di proteine ma privo degli zuccheri spesso presenti nei superfood dolci. Questa particolarità lo rende ideale per chi pratica sport o segue una dieta bilanciata e a basso contenuto di carboidrati, offrendo uno spuntino nutriente, dal gusto intenso, e privo di additivi superflui.
– Pratico, gustoso e sempre pronto: si può gustare direttamente con le mani, senza utensili, senza sporcare e senza dover essere refrigerato. Confrontato con la frutta secca, offre un miglior rapporto calorie/proteine, mentre rispetto ai classici integratori proteici in polvere, è una fonte di proteine animali, considerate complete e di alta qualità dagli esperti di nutrizione sportiva. Il biltong è uno snack versatile, perfetto per essere consumato ovunque, dall’ufficio alla palestra, dal trekking alle lunghe giornate di viaggio, rappresentando un alleato perfetto per chi ha una vita dinamica e non vuole scendere a compromessi.
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In occasione di questa celebrazione molto sentita in tutto il mondo, Preply, la piattaforma per l’apprendimento delle lingue on line, ha condotto uno studio per scoprire le mete preferite dagli italiani per studiare, sia in Italia che all’estero, con uno sguardo speciale sulle destinazioni Erasmus più amate.
Per realizzare questo studio, è stato utilizzato il tool Semrush per identificare le destinazioni di studio italiane ed estere più popolari tra gli italiani. Inizialmente, sono state analizzate le prime venti città italiane con il maggiore volume di ricerca per la query “Università a + città italiana”.
Nel caso di ricerche con lo stesso volume, l’ordine è dipeso non solo dal volume di ricerca ma anche da altri aspetti, come l’intenzione di ricerca, il trend e la frequenza delle ricerche nel tempo. Successivamente, per individuare le mete Erasmus più ricercate, sono state effettuate due ricerche: “Erasmus a + città” e “Erasmus in + paese.” Infine, grazie a Google Trends, è stata esaminata la distribuzione della popolarità tra regioni per i primi cinque risultati delle ricerche “Università a + città italiana” e “Erasmus a + città”.
Dai risultati dello studio in questione è emersa una classifica che rivela i trend più curiosi e mostra quali città, dalle antiche università italiane alle vibranti capitali europee, attraggono maggiormente i giovani italiani. Scopriamoli insieme:
La ricerca si apre con una sorpresa: restano infatti fuori dalla top 5 le due città più popolose d’Italia, che possono vantare un gran numero di università: Roma infatti si piazza al settimo posto con 2900 ricerche, mentre la città meneghina si trova addirittura al 14° posto. All’ultimo posto della classifica troviamo Chieti, preceduta da città come Trieste, Siena, Palermo e Verona, che apre la top 10 con 2900 ricerche.
Bergamo guida la classifica con 4.400 ricerche, grazie all’Università degli Studi di Bergamo (UniBg), seguita da Catania con 3.600 ricerche, sede dell’antica Università degli Studi di Catania (Unict). Padova si posiziona al terzo posto con lo stesso volume di ricerche, ospitando l’Università degli Studi di Padova, una delle più antiche d’Europa.
Dall’indagine si può inoltre apprezzare una netta divisione territoriale nelle preferenze regionali tra le prime cinque città in classifica: le ricerche per Bergamo e Catania provengono principalmente dalle regioni di appartenenza, mentre Parma e Bari attirano interesse anche da regioni limitrofe. Padova mostra la copertura di ricerca più alta tra le prime 5, estendendosi a diverse regioni del Nord e Centro Italia, oltre che in Sardegna.
Passando alle mete più cercate per l’Erasmus, la predominanza è nettamente spagnola con ben 4 destinazioni distribuite tra la prima (Barcellona) e la settima posizione; presenti nella top 3 anche Lisbona e Parigi, oltre a Londra, Stoccolma e Berlino.
La Spagna domina le preferenze anche a livello di paese, seguita da Inghilterra e Germania. Segue una coppia scandinava prima di Francia e Olanda. Emergono anche paesi come Danimarca e Polonia, sempre più apprezzati per la qualità accademica e l’attrattiva culturale.
Le tendenze regionali su Google Trends tra le prime 3 città della classifica rivelano come Parigi – nonostante il terzo posto nella graduatoria delle ricerche – sia la meta con l’interesse meglio distribuito in Italia, con Barcellona particolarmente apprezzata nelle Isole, in Calabria e in Friuli. Netto predominio di Lisbona, invece, in Abruzzo.
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Tuttavia, se l’utente non si sente autonomo nelle sue scelte e decisioni, tenderà a evitarla. È la conclusione di un articolo firmato da due ricercatrici, tra cui Mariyani Ahmad Husairi di NEOMA. Questo studio, che si basa su tre ricerche condotte su 1.700 consumatori americani, introduce però una sfumatura, ossia alcuni tipi di prodotti fanno eccezione a questa regola.
L’IA è ormai molto presente nella vita quotidiana di tutti, di fatti gestisce i feed di Facebook, fornisce raccomandazioni su Amazon e, al termine di un video su YouTube, ne avvia automaticamente un altro, spesso in linea con i nostri interessi. In futuro, si prevedono frigoriferi intelligenti capaci di ordinare prodotti senza intervento umano, dopo aver verificato la freschezza dei cibi conservati!
L’IA è tecnicamente in grado di proseguire questa ascesa. Ma per gli utenti, ciò rappresenta una perdita di autonomia. Sono davvero pronti a non cercare più il miglior prodotto e a non decidere più quale acquistare?
Molti ricercatori sono scettici e mettono in guardia sul rischio di un rifiuto da parte degli utenti se l’IA dovesse limitare la loro libertà di scelta. Questa ipotesi, finora trattata solo in ambito teorico, è stata testata dalle due autrici dell’articolo attraverso tre studi sul campo.
Nel primo studio, ai partecipanti viene chiesto di acquistare prodotti alimentari utilizzando un’applicazione, proposta in quattro versioni diverse. In due versioni, gli utenti possono cercare liberamente i prodotti: in un caso decidono loro quale acquistare, nell’altro la scelta finale è affidata all’IA. Nelle altre due versioni, invece, l’app offre solo una selezione limitata di prodotti, e anche qui la decisione finale può essere presa dall’utente oppure dall’IA. I risultati sono evidenti: l’applicazione è molto più apprezzata quando gli utenti mantengono il controllo delle loro scelte e decisioni.
I partecipanti mantengono la stessa preferenza quando affrontano una scelta più complessa? Questo è l’oggetto del secondo studio. L’applicazione e le sue quattro versioni sono riprese identiche, ma le descrizioni dei prodotti, prima concise, sono ora arricchite: contengono una ventina di caratteristiche, come odore, consistenza, tempo di cottura, data di scadenza, valori nutrizionali, origine, composizione chimica, ecc.
È noto che abbiamo capacità di attenzione e risorse cognitive limitate per gestire informazioni complesse. Al contrario, l’IA eccelle in questo campo. I partecipanti penserebbero di fare affidamento sulla sua capacità di elaborazione? La risposta è no: anche se diventa più difficile fare ricerche, preferiscono sempre la versione che garantisce loro libertà di scelta e decisione.
Nel terzo studio, le ricercatrici si sono concentrate sulle scarpe da corsa. Mezzo per affermare la propria identità e per praticare attività in cui ci si riconosce, l’acquisto di attrezzature specializzate è più coinvolgente rispetto alla spesa quotidiana.
I partecipanti sono valutati in base al loro interesse per la corsa, quindi utilizzano un’app di running collegata a un sito di acquisti di scarpe da corsa. Anche qui, sono suddivisi in quattro modalità di acquisto: scelta libera o limitata, decisione finale presa dall’utente o dall’IA. Questa volta, i risultati cambiano. I partecipanti meno appassionati preferiscono scegliere da soli, ma gli appassionati accettano con favore una selezione limitata. Tuttavia, preferiscono mantenere la decisione finale. Interpretazione possibile: l’IA diventa accettabile quando fa risparmiare tempo e sforzi agli utenti più motivati. In altre parole, meglio fare un’ulteriore corsa che passare ore a scegliere l’attrezzatura online.
La tecnologia deve essere adattata per non allontanare gli utenti. Le persone non sono disposte ad accettare un’IA che impone scelte limitate e decide al posto loro: preferiscono mantenere un certo grado di autonomia. Ad esempio, le opzioni proposte non possono ridursi ai soli risultati di un algoritmo. L’utente deve poter fare ricerche liberamente, seguendo il proprio umore, le necessità del momento o l’ispirazione, per conservare la possibilità di “scegliere diversamente”.
La seconda raccomandazione, fondamentale per garantire un senso di autonomia, è lasciare all’utente la decisione finale di acquisto. Tuttavia, questo principio non sempre viene rispettato in alcuni modelli emergenti, come il shipping-then-shopping: una selezione di articoli, scelta dall’IA, viene spedita al cliente, che poi deve restituire ciò che non intende acquistare. Resta da vedere se queste formule, basate su una “presunzione di acquisto” da parte del consumatore, saranno accettate o incontreranno resistenze.
]]>Protagonisti sono Viola, una scrittrice curvy e pasticciona alle prese con il tanto temuto “blocco dello scrittore” e Nicolas un dipendente solitario e introverso della Guardia Costiera in congedo. I due si incontreranno su un’isola toscana, il luogo che per Viola sembrerà ideale per scrivere una nuova commedia romantica di successo che le ha commissionato la sua casa editrice.
Giunta sull’isola si imbatterà in uno scenario imprevisto e in personaggi stravaganti che diventeranno per lei fonte di ispirazione e spunti di riflessione. Uscita dalla sua comfort zone e grazie all’incontro con Nicolas, Viola acquisirà nuove consapevolezze su sé stessa e sul suo modo di abitare il mondo. La storia tra Viola e Nicolas si intreccerà con quella emozionante e non priva di difficoltà tra Vasco e Andrea.
Love Island è un romance ricco di colpi di scena e avventure tutte da leggere col fiato sospeso. Fa sorridere e riflettere al tempo stesso perché narrato con una punta di ironia molto apprezzata dai lettori. Ci invita a vivere l’amore e tutte le belle esperienze che ci può riservare con leggerezza e intensamente senza “se e ma”. Una lettura frizzante e profonda al tempo stesso con dei personaggi ai quali è facile affezionarsi.
Di amore, di “blocco dello scrittore” e del successo del genere romance al giorno d’oggi conversiamo piacevolmente con Lea Landucci in questa intervista che ci ha rilasciato.
Lea, com’è nata l’idea di scrivere questo romance avvincente ed emozionante?
La verità? Dagli alpaca. Un paio di anni fa sono andata a visitare un allevamento vicino a casa mia, gestito da una mia cara amica: è a lei e a su fratello che ho dedicato questo romanzo. Mi sono totalmente innamorata di quegli animali. L’ “Alpaha onlus” è una realtà che crea lavoro per ragazzi con la sindrome di Down e nello spettro dell’autismo, e quando mi hanno spiegato il perché, ho trovato il tutto di una bellezza struggente. Mi sono ripromessa che prima o poi avrei raccontato del potere incredibile che hanno questi animali sugli esseri umani. Ed ecco com’è nato Love Island.
Il tuo romance ci insegna che l’amore arriva quando meno te l’aspetti. È giusto o no nutrire delle aspettative in amore?
Credo che i sogni siano il motore di ogni cosa. Penso che tutti noi, la mattina, ci alziamo sperando di fare un passettino in più verso ciò che desideriamo. A volte ci riusciamo, a volte ci tocca tornare indietro, ma non perdiamo mai la speranza. È giusto crearsi delle aspettative, basta che siano sensate e assennate. Ed essere pronti a concedere e concederci dei compromessi.
Oltre alla storia d’amore tra Viola e Nicholas, nel tuo romanzo racconti la storia tra Vasco e Andrea e del loro amore in grado di superare qualsiasi tipo di distanza o avversità. In questa epoca dominata dall’ego secondo te esistono ancora questo tipo di legami?
L’egoismo fa parte della natura degli esseri umani, è un meccanismo ancestrale per proteggere noi stessi. Quando, invece, è portato all’esasperazione, inizia a essere tossico. Credo che l’egoismo sia trasversale alla storia e al tempo. Lo stesso Andrea ha fatto delle scelte molto egoistiche, l’importante è riconoscere i propri sbagli e cercare di rimediare, come ha fatto lui. Ne parlo come se fosse una persona reale LOL. E quindi, sì, credo che il vero amore sia tuttora capace di superare qualsiasi ostacolo: adesso sono diversi, ma non è detto che siano meno aspri o sembrino meno insormontabili.
Un dilemma che assalirà anche Viola è “per scrivere d’amore bisogna ispirarsi alla realtà, al proprio vissuto o no? Tu cosa ne pensi al riguardo?
Non ho mai scritto un romanzo autobiografico, ma l’istinto, soprattutto per chi si approccia per la prima volta alla scrittura, è sicuramente quello di scrivere di sé stessi. A tutti noi sembra che la nostra storia sia straordinaria per qualche motivo che, però, spesso lo è solo per noi e per chi, magari, divide con noi lo stesso percorso. L’ispirazione è una cosa diversa: tutte le mie storie sono ispirate a qualcosa di mio, o che considero molto vicino a me. Quindi, sì: credo che ispirarsi a qualcosa che si è vissuto sulla propria pelle sia un’ottima idea, soprattutto a livello emotivo. Per il resto, a mio avviso è sempre bene parlare di qualcosa che si conosce o che, in mancanza di esperienza diretta, abbiamo studiato e sviscerato a lungo prima di metterlo su carta.
Viola sta vivendo il cosiddetto blocco dello scrittore. Tu cosa consigli per superarlo?
È una brutta bestia. Per chi scrive per lavoro, è come un infortunio. Io utilizzo la terapia d’urto: quando ho un blocco, apro un file nuovo ogni giorno e ci scrivo cose che mi ispirano, osservazioni che faccio rispetto al mondo che mi circonda, sprazzi di dialoghi decontestualizzati, descrizioni di personaggi: tutto. A un certo punto, come per magia, ritrovo la via, l’ispirazione e la voglia di tornare alla mia storia. Ma devo essere sincera: quando il blocco arriva nel bel mezzo di una stesura, mi interrogo sull’effettivo valore di ciò che sto scrivendo. Un paio di volte ho abbandonato dei romanzi che stavo sviluppando e non li ho più ripresi. Perché per me non ha senso scrivere qualcosa che non leggerei, e visto che io mi avvalgo della così detta tecnica del Discovery Writing, è come se leggessi e scrivessi nello stesso tempo. Se perdo interesse vuol dire che non sono stimolata a sapere come prosegue la storia, e che non lo saranno nemmeno i miei lettori.
C’è un personaggio di Love Island al quale sei particolarmente legata e perché?
A Vasco, sono innamorata dei suoi contrasti: del suo aspetto rude, del suo atteggiamento a orso, del suo cuore accogliente ed empatico e del suo codice d’onore. Più volte, durante la stesura, mi sono chiesta se non fosse il caso di concentrarmi sulla sua storia con Andrea, piuttosto che su quella di Viola e Nicholas. Alla fine, credo di aver trovato il giusto compromesso.
In Love Island tu scrivi “Ed è proprio questo che dovrebbe fare una storia, no? Trasportarci altrove, toccarci nel profondo e farci sentire meno soli”. Qual è il ruolo dei romance nel panorama letterario odierno secondo te?
Il romance, tanto bistrattato dall’élite culturale della letteratura italiana, nasce e si sviluppa come strumento di evasione. Alla fine del Settecento le donne, soprattutto benestanti, passavano ore e ore a rompersi le scatole in queste case meravigliose ma deserte. I romanzi rosa le hanno fatte evadere, dando loro la sensazione di non buttare via il proprio tempo. Più tardi sono arrivati tra le mani delle classi meno abbienti, diventando uno strumento di proiezione in vite più gentili e felici. Di nuovo: evasione. E se prima le eroine protagoniste dei romance erano tutte principesse bellissime e, spesso, ricchissime, piano piano le trame e i personaggi hanno iniziato ad assomigliare di più alla vita reale, diventando conforto per chi, leggendo, poteva sentieri meno sol*. Leggere di qualcuno che ha i nostri stessi problemi è la sublimazione del concetto di mal comune, mezzo gaudio, no?
Ed è questo che continua a essere, per me, il romance: uno strumento di evasione che offre spunti di riflessione e approfondimento, che ti fa conoscere mondi lontani o che ti immerge in realtà simili alle tue con cui, magari, riesci anche a fare pace.
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La scelta dei prodotti che mettiamo nel nostro carrello e poi poniamo sulle nostre tavole è un momento importantissimo cui sarebbe utile dedicare un pensiero a priori, una pianificazione prima dell’acquisto e una conoscenza maggiormente approfondita. Non solo riguardante la loro composizione, ma anche la provenienza e l’impatto che hanno su di noi, relativamente all’equilibrio ormonale e quindi della salute in toto.
Le diverse associazioni di cibi, le diverse tipologie di cottura e il momento della giornata in cui li ingeriamo hanno effetti differenti su di noi. E’ facile dedurre che anche sulla fertilità e sulla salute riproduttiva le scelte alimentari hanno un ruolo impattante.
Abbiamo affrontato il tema con l’aiuto di un’esperta la dottoressa Elisabetta Colonese, specialista in Ginecologia e ostetricia presso Fertility Clinic di Milano.
Dottoressa Colonese che legame c’è tra alimentazione e fertilità?
Mantenere uno stile di vita sano e dinamico aiuta l’apparato cardiocircolatorio a esser performante e a ridurre la possibilità di problemi cardiaci e pressori.
Per questo la predilezione per alimenti ricchi di antiossidanti, vitamine e fibre, associato a attività fisica e normopeso aiuta a evitare problemi metabolici tra cui insulino resistenza, diabete e sindrome metabolica. La scelta di una alimentazione a basso impatto infiammatorio fornisce un indiscusso contributo anche in caso di condizioni ginecologiche come la sindrome dell’ovaio policistico e l’ endometriosi. Il mantenimento della quota proteica quotidiana (che varia da persona a persona così come il fabbisogno calorico e la scelta dei macronutrienti) e’ essenziale.
Di cosa dovremmo cibarci per migliorare la fertilità?
Prediligere proteine nobili e di alta qualità come carni grass fed (ovvero appartenenti ad animali allevati al pascolo e che si nutrono solamente di erba) uova di alta qualità e pesce (anche quello congelato) può migliorare la qualità di vita e la fertilità. In sostanza, il consumo di frutta e verdura di stagione è fondamentale per assumere la giusta quantità di molecole antiossidanti ed è sempre consigliabile ridurre i cibi confezionati e processati a livello industriale, a favore di quelli più freschi e nutrienti.
Come integrare questi alimenti?
In caso di desiderio riproduttivo le linee guida consigliano la assunzione di acido folico in dosaggio da 400 mcg al giorno almeno tre mesi prima della ricerca di gravidanza. In alcuni casi specifici, questo dosaggio potrebbe essere maggiore, ad esempio in caso di problematiche coagulative: in questo caso il ginecologo prescriverà un dosaggio personalizzato. Talvolta può essere utile anche la associazione di inositolo (o vitamina B7 utile per la produzione di lecitina sostanza in grado di mantenere pulite le pareti interne delle arterie e di ridurre, di conseguenza, la presenza di colesterolo nel sangue) all’acido folico. Qualora vi fossero carenze vitaminiche (facilmente diagnosticabili con un prelievo di sangue mirato, in base alla anamnesi eventualmente prescritto) potrà esser necessario introdurre anche integrazione di vitamina D o ferro, o anche di vitamine del gruppo B come la B12 utilissima ad esempio nei vegetariani.
Capiamo come la salute riproduttiva vada a braccetto con vitamine che si possono introdurre con la dieta e con la esposizione al sole (vitamina D) ma talvolta a causa dello stile di vita, di patologie e dell’ impoverimento dei suoli come possa essere utile integrare.
Prima del concepimento bisogna sottoporsi ad alcune visite specialistiche?
Certamente resta sempre essenziale la visita preconcezionale da eseguire prima (almeno tre mesi prima) di concepire, meglio appena si palesi il futuro desiderio di riprodursi, per eseguire gli accertamenti del caso ed anche impostare una alimentazione più idonea o se necessario una integrazione.
E il controllo del peso assume un ruolo importante?
Sappiamo molto bene come peso e fertilità siano connessi, infatti accade che disturbi del comportamento alimentare e rapidi dimagrimenti o variazioni di peso anche in eccesso possano alterare la fisiologia ormonale dell’asse ipotalamo- ipofisi-ovaio portando in alcuni casi a ciclo irregolare, assenza di ovulazione e nei casi più gravi ad amenorrea secondaria. In questo caso un approccio multi disciplinare e’ essenziale al fine di ristabilire un benessere integrato.
Come prevenire le infiammazioni che possono ostacolare la fertilità?
Una alimentazione secondo natura che prediliga cibo vero e il meno industriale possibile e’ già di per sé uno stile alimentare antinfiammatorio, che si ripercuote positivamente anche sul microbiota intestinale il quale è strettamente connesso alla salute di vagina, vulva e vescica. Sappiamo infatti che gli alimenti ricchi di conservanti e zuccheri possono alterare il microbiota favorendo vaginiti e disbiosi a vario livello. Una alimentazione priva di zuccheri o prodotti industrializzati e processati aiuta a mantenere in ordine la glicemia, i trigliceridi e la tolleranza insulinica remando contro una delle patologie tra le più diffuse ormai nel mondo occidentale quale resistenza insulinica obesità e diabete. Inoltre il tessuto adiposo, poiché organo endocrino, quando in eccesso può essere alla base della produzione di ormoni estrogeni più alti e causa di iperplasia endometriale e carcinoma dell’endometrio.
Un “gioco” che è diventato oggetto di uno studio che, analizzando chi riusciva a rimanere in equilibrio su una gamba per almeno 10 secondi, ha confermato quanto possa incidere sulla probabilità di vivere più a lungo e con una qualità di vita migliore.
Per fare chiarezza sugli aspetti e le dinamiche che l’equilibrio cela e come migliorarlo abbiamo consultato il Dottor Pietro Marconi, fisioterapista, esperto del movimento e ideatore di fisioallenamento.it .
Dottor Marconi cosa cela l’equilibrio?
L’equilibrio non è solo una questione di stabilità o una dote fisica da raccontare. Il coordinamento richiesto da questo studio per mantenersi su una sola gamba, dipende dalla collaborazione di vari sistemi corporei come quello nervoso, muscolare e cardiovascolare che sono contemporaneamente coinvolti per mantenere la postura corretta. Questa prova di equilibrio, pur sembrando semplice, implica anche una grande stabilità interiore e una buona propriocezione, ovvero la capacità del nostro corpo di percepirsi nello spazio.
A cosa serve indagare il proprio livello di equilibrio?
Oltre al semplice gesto di mantenersi in equilibrio su una gamba, esistono altri “campanelli di allarme” che ci raccontano molto della nostra salute. Indagare il proprio livello di equilibrio rappresenta una sfida non solo fisica, ma anche mentale dimostrando la collaborazione tra vari sistemi corporei e coinvolgendo muscoli, sistema nervoso e cardiovascolare. Se tra gli effetti della buona stabilità c’è la riduzione del rischio di cadute e infortuni, un sistema cardiovascolare sano e una circolazione efficiente, che contribuiscono a mantenere l’equilibrio, sono associati a una vita più lunga. Non dimentichiamoci che la prontezza del sistema nervoso, che coordina movimenti e reazioni, è un segnale di salute cerebrale, mentre una mente attiva e concentrata è legata a una migliore qualità della vita.
Come testare il proprio livello di equilibrio?
Un primo passo è quello di mettersi alla prova con questi semplici movimenti e, nel caso uno o più dovesse risultare difficile, potrebbe essere il momento di intervenire per migliorare il proprio equilibrio. Ecco gli esercizi che consiglio:
1. Riesci a rimanere su una gamba sola per almeno 30 secondi
2. Riesci a rimanere su una gamba sola ad occhi chiusi per almeno 10 secondi
3. Rimani sulle punte dei piedi per più di 10-15 secondi
4. Non oscilli e non hai difficoltà a inginocchiarti per 5 volte
5. Non fai fatica a rialzarti dalla sedia per 10-15 volte.
Si può migliorare il proprio livello di equilibrio?
La propriocezione, cioè la capacità di percepire il proprio corpo nello spazio, contribuisce ad aumentare l’equilibrio fondamentale, per evitare cadute e migliorare i movimenti quotidiani e la postura. Migliorare la propriocezione significa migliorare la nostra sicurezza nel compiere ogni passo e movimento, come salire le scale, camminare, correre e saltare.
Quando si percepisce un declino dell’equilibrio?
Il declino dell’equilibrio è un messaggio che il nostro corpo ci invia con l’avanzare dell’età. Se allenato e curato fin dai 40 anni l’equilibrio può diventare una risorsa preziosa per mantenere l’autonomia e la sicurezza nei movimenti e svolgere le attività sportiva o dedicarsi alle proprie passioni”.
Come migliorare l’equilibrio ma senza forzature e sotto controllo?
L’obiettivo non è solo migliorare l’equilibrio, ma è anche rafforzare i muscoli, costruendo una connessione mente-corpo e rendendo ogni movimento più fluido. Chiunque può migliorare il proprio equilibrio rispettando i limiti del proprio corpo e senza forzature. Serve innanzitutto testare le proprie capacità magari attraverso i “campanelli di allarme” oppure facendo una lezione online gratuita di forza funzionale. Provare è il primo passo per capire il proprio livello di stabilità e iniziare un percorso di miglioramento. Con piccoli esercizi mirati, è possibile potenziare il proprio equilibrio e guadagnare in sicurezza e qualità di vita.
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