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]]>“Produzione e spaccio, dalle droghe tradizionali a quelle sintetiche” è il tema della seconda conferenza del “Progetto educativo antimafia”, giunto alla 19ª edizione, promosso dal Centro studi Pio La Torre.
A intervenire, dalle 9 alle 11 di martedì 3 dicembre, all’Istituto ”Vittorio Emanuele III”, in via Duca della Verdura 48 a Palermo, saranno Michele Sanza, direttore dell’Unità operativa Dipendenze patologiche Forlì-Cesena Ausl Romagna, e Carmelo Calzetta, direttore tecnico superiore chimico della Polizia di Stato, in servizio presso il Gabinetto regionale Polizia scientifica Sicilia Occidentale di Palermo. Modererà i lavori la sociologa Alessandra Contino, componente del Comitato scientifico del Centro Studi Pio La Torre.
Alla fine della conferenza, gli studenti che si collegheranno e seguiranno gli interventi, interagiranno con i relatori intervenendo in diretta o in chat. Alla prima conferenza, che ha inaugurato l’edizione 2024/25 del progetto, si sono collegati 120 istituti da tutta Italia dimostrando il grande interesse dei più giovani rispetto ai temi della legalità, del contrasto alle criminalità organizzate e della cittadinanza attiva, proposti e trattati dal Centro studi Pio La Torre.
Gigliola Alfaro
]]>“Cooperazione e dialogo al servizio della competitività” nell’intervento nel Libro dei Fatti 2024 di Emma Marcegaglia, Presidente e Amministratore delegato di Marcegaglia Holding – B7 Chair, autrice del contributo presente nel volume giunto quest’anno alla 34esima edizione.
“Non è la prima volta che partecipo a iniziative realizzate dall’Adnkronos – baluardo dell’informazione italiana, che giusto lo scorso anno ha celebrato il suo 60° – e mi fa piacere farlo per una pubblicazione che a più di trent’anni dal suo esordio si rinnova di continuo, riuscendo a trovare sempre una sua specifica originalità.
Un piacere doppio, visto che il 2024 è l’anno in cui l’Italia, per la settima volta, ha l’onore e l’onere di guidare il G7, il più importante forum intergovernativo che riunisce i 7 Paesi più avanzati al mondo: oltre al nostro, Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti, insieme all’Unione Europea.
Accanto alla dimensione politica, c’è anche quella del business. Espressione del settore privato e delle federazioni industriali dei Paesi che appartengono al G7, il Business7 è il primo e più autorevole tra gli engagement group del G7. Anche in questa occasione, come già accaduto per il B20, Confindustria ne ha assunto la guida e me ne ha affidato la leadership: in qualità di B7 Chair ho presieduto i lavori e coordinato il dialogo con i vertici delle confederazioni industriali dei G7, avvalendomi di due organi consultivi – uno nazionale, uno internazionale – composti da imprenditori e manager di altissimo profilo.
Obiettivo: essere voce autorevole e credibile per riportare l’attenzione dei Governi sulla necessità di sostenere una maggiore competitività delle nostre economie basata sul mercato (libero e sano) e sul dialogo e la concreta cooperazione tra Paesi, per contrastare pericolose spinte protezionistiche. Concetti emersi con forza nel Summit che ha chiuso i lavori del B7 e contenuti nel documento finale che il mondo industriale ha consegnato al nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
Cooperare è l’unica strada per affrontare con serietà le grandi sfide che impattano sull’economia globale. Ci troviamo in uno scenario complesso, in particolare in Europa, alle prese con una grave crisi di competitività, di peso economico e politico, dove spirano preoccupanti venti nazionalisti.
Le elezioni di giugno, che avrebbero dovuto segnare un chiaro spartiacque, ci restituiscono invece un’Europa scossa, che vira drammaticamente verso l’estrema destra, un’Europa che non fa presa nei suoi cittadini – soprattutto in Italia, è drammatico il dato sull’astensionismo – e in cui pesa l’incognita di dove andremo. Il prossimo Parlamento, pur con equilibri diversi, o avrà un chiaro profilo atlantico e occidentale o consegnerà l’Europa a un inesorabile declino di marginalizzazione e impoverimento”.
]]>Di Ahmed Bin Sulayem
L’industria globale dei diamanti si trova nuovamente a un bivio. Sebbene la necessità di limitare il commercio di diamanti da conflitto e garantire approvvigionamenti etici rimanga fondamentale, la proposta dell’Unione Europea di creare un unico nodo di controllo dei diamanti ad Anversa solleva gravi preoccupazioni in merito alla sovranità e all’efficienza, compromettendo al contempo l’integrità del Processo di Kimberley (KP).mina,dalì
In una dichiarazione rilasciata dal Servizio Diplomatico dell’Unione Europea, i miei commenti espressi durante la riunione plenaria del Processo di Kimberley (KP), in qualità di Presidente del KP, sono stati definiti “deplorevoli” e si è affermato che il Processo di Kimberley avrebbe “fallito, per il terzo anno consecutivo, nell’affrontare le implicazioni della guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina sul settore globale dei diamanti grezzi.”
Il KP, come organizzazione, ha una funzione molto specifica: unire amministrazioni, società civili e industria per ridurre il flusso di diamanti da conflitto. Non ha alcun mandato per approvare sanzioni politiche contro nazioni sovrane. Come processo che ha dimostrato la propria utilità e funzione, in particolare identificando i diamanti alla fonte, l’UE dovrebbe prima chiedersi perché ora desideri sostituire un’operazione che ha considerato affidabile per una generazione con una proposta meno efficace, non sperimentata, non testata e non necessaria. Dovrebbe inoltre interrogarsi sul perché la sua posizione si sia isolata all’interno della comunità globale dei diamanti, che sempre più considera questa proposta un tentativo di egemonia a scapito delle esigenze olistiche del settore.
Al contrario, la soluzione decentralizzata del KP è ampiamente supportata dai membri del settore, dagli osservatori del KP, incluso il World Diamond Council, dalla società civile e da numerosi stakeholder belgi, molti dei quali hanno paura di esprimersi per timore di ritorsioni. In qualità di Presidente del Processo di Kimberley, ho costantemente espresso la mia preoccupazione riguardo a questo approccio centralizzato. Non solo interrompe il quadro consolidato del KP, una rete decentralizzata di 59 nodi (60 se si include l’Uzbekistan recentemente integrato), che ha funzionato efficacemente per oltre due decenni, ma, peggio ancora, mina la fiducia e la collaborazione che hanno sostenuto la partecipazione equa e la sovranità di tutti gli Stati membri.
Al contrario, il modello a nodo unico impone una prospettiva eurocentrica sul commercio globale di diamanti, gravando in modo sproporzionato sui produttori africani e richiedendo loro di canalizzare i propri diamanti attraverso Anversa per la verifica prima di accedere ai mercati del G7. Questo non solo aumenta i costi logistici e finanziari, ma mina anche la capacità delle nazioni africane di autoregolarsi e gestire autonomamente le proprie risorse naturali. In altre parole, l’agenda dell’UE appare chiaramente mirata a preservare la propria rilevanza in un settore che, in gran parte, rifiuta la supervisione e la burocrazia a favore di una collaborazione decentralizzata.
Francamente, è scoraggiante vedere che, nonostante l’opposizione esplicita delle nazioni africane, tra cui Botswana, Namibia e Angola, e le preoccupazioni sollevate dall’African Diamond Producers Association (ADPA), l’Europa rimanga sorda e ostinatamente impegnata nel suo concetto di nodo unico, stabilendo un precedente inquietante che ricorda il suo passato coloniale. Anche dal punto di vista dell’efficienza pratica, questo approccio centralizzato crea un punto unico di fallimento, rendendo il sistema vulnerabile alla corruzione, ai colli di bottiglia e alle inefficienze; vulnerabilità che Anversa ha già dimostrato in modo inequivocabile
E quale logica sceglie Anversa? Non il consenso. Non il suo passato operativo. Il Belgio, e in particolare Anversa, è stato a lungo considerato il cuore del commercio globale di diamanti. Tuttavia, questa brillante reputazione è offuscata da una storia di corruzione, contrabbando e violazioni etiche. Il Caso Monstrey ha svelato una rete di 220 commercianti di diamanti corrotti, di cui 107 sono stati accusati di falsificazione su larga scala, inclusi certificati falsi del Processo di Kimberley e riciclaggio di denaro. Altri casi degni di nota includono Agim De Bruycker, il Commissario della Polizia Federale di Anversa e capo della Squadra Diamanti, arrestato due volte e condannato a una pena detentiva per accuse simili.
Se si dovesse scegliere un paradigma di efficienza, Anversa difficilmente sarebbe una scelta convincente, portando alla conclusione che la decisione sia stata presa a livello geopolitico per il beneficio di pochi. Questo non significa che esista una località perfetta. Qualsiasi posizione unica, per sua natura, è la scelta sbagliata. L’argomento a favore di un sistema decentralizzato basato sulla trasparenza, rispetto a una cieca fiducia nell’UE per la certificazione, è semplicemente una questione di buon senso. Anche allontanandosi per un momento dall’industria dei diamanti nello specifico, l’attuale clima politico globale, con il suo spostamento verso il nazionalismo e l’autodeterminazione, sottolinea ulteriormente la necessità di un approccio decentralizzato. Come ha affermato in modo appropriato l’ex presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, il futuro della competitività risiede nell’abbracciare la decentralizzazione e nel dare potere alle singole nazioni.
Nel corso della sua storia ventiquattrennale, il Kimberley Process (KP) ha dimostrato la sua efficacia nel ridurre i diamanti da conflitto e nel promuovere un approvvigionamento etico. I suoi processi, collaudati e comprovati, hanno la capacità di adattarsi e migliorarsi, garantendo che tutte le nazioni abbiano il diritto di autoregolare le proprie risorse naturali. Inoltre, la piattaforma di certificazione KP proof-of-concept presentata dagli Emirati Arabi Uniti durante la Plenaria del KP a Dubai è una prova del potenziale innovativo all’interno del framework esistente. Essa dimostra che la tecnologia può essere utilizzata per migliorare la trasparenza e la tracciabilità senza compromettere la sovranità o imporre oneri finanziari e logistici eccessivi. In questo contesto, attendo con entusiasmo di collaborare con la famiglia del KP per costruire un futuro in cui tutti gli stakeholder, in particolare le nazioni produttrici africane, continuino ad avere voce in capitolo e a beneficiare equamente delle proprie risorse naturali.
]]>Nonostante un larghissimo preavviso e un precedente corteo, in aprile a Verona svolto senza nessun tipo di incidenti da centinaia di giovani, la Questura ha deciso di impedirci di manifestare per motivazioni che tengono conto solo della “possibile” tensione che potrebbero creare le realtà antifasciste. Questa sembra a tutti gli effetti una ritorsione dopo il corteo di CasaPound Italia a Bologna, che ha visto scatenarsi tutta l’isteria della sinistra nei confronti del nostro mondo.
Vietato corteo a Milano
È inaccettabile che ad una sola parte politica venga concesso di manifestare nelle strade. Il nostro movimento fa politica attiva nelle scuole da quasi vent’anni e alla luce del sole. Nelle motivazioni addotte dalla Questura non troviamo una sola ragione valida ma solo la volontà di non indisporre ANPI, antagonisti e collettivi vari. Ci state forse dicendo che le forze dell’ordine e le città devono essere ostaggio degli antifascisti mentre le strade appannaggio esclusivo della sinistra? Ci volete far credere che la seconda città d’Italia non è in grado di gestire un normale novembre studentesco? Questo è un precedente davvero pericoloso e deve far drizzare le antenne a chiunque abbia a cuore la pluralità del dibattito politico in Italia. Noi vogliamo fare un corteo studentesco pacifico ma risoluto che rivendichi i diritti degli studenti a fronte di una scuola-azienda che non ci piace; di un clima economico che rende città come Roma e Milano le più costose in Europa per gli studenti universitari; di un sistema scolastico sempre più privatizzato e disumano. Non ci sembrano ragioni irricevibili o fuori luogo ma legittime tanto quanto quelle degli altri. Vogliamo manifestare per una scuola sociale, identitaria e giovanile: anche la nostra generazione può contribuire con le sue idee al dibattito sul futuro dei giovani e non può semplicemente esserne esclusa d’imperio.
Non siamo disposti ad accettare la parte dei cattivi ma siamo pronti a fare scudo sui diritti che ci siamo conquistati con tanti anni di sindacalismo studentesco. A qualsiasi tentativo di buttarci fuori dall’agone politico risponderemo sempre con la forza tranquilla di un principio adamantino: non esistono città dove i nostri studenti non possono manifestare.
]]>Almeno 22 persone sono rimaste uccise stamane in un attacco israeliano a Gaza City. Lo riferisce Al Jazeera. Secondo quanto si apprende, il raid ha colpito un edificio a più piani nel quartiere di Sheikh Radwan, riducendolo in macerie: 22 i morti accertati finora, afferma l’emittente qatariota.
Secondo il dottor Hussam Abu Safia, direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Beit Lahia, la maggior parte delle vittime dormiva al momento dell’attacco. “È arrivato un numero molto elevato di vittime e ci sono ancora molti corpi da recuperare.
Si tratta soprattutto di bambini e donne», ha detto, riferisce al Jazeera. «La situazione è onestamente molto grave. Non riusciamo a far fronte all’enorme numero di feriti e vittime che sono arrivati all’ospedale Kamal Adwan», ha proseguito. Il pediatra ha affermato che il raid ha colpito un intero isolato residenziale vicino a Kamal Adwan, distruggendo almeno 5 abitazioni, e che il personale dell’ospedale era sul posto per recuperare i corpi e salvare le persone rimaste intrappolate sotto i detriti. «Stiamo già operando a corto di risorse, la maggior parte del nostro personale è ora impegnata a soccorrere i feriti sul posto a causa della mancanza di ambulanze», ha aggiunto. Gaza, media: “Oltre 60 morti in raid israeliano nel nord”
Almeno 66 persone, la maggior parte donne e bambini, sono rimaste uccise e più di 100 ferite in un attacco aereo israeliano avvenuto all’alba nel nord di Gaza. Lo riferiscono Al Jazeera e l’agenzia di stampa palestinese Wafa. L’attacco ha distrutto un intero isolato residenziale, vicino all’ospedale Kamal Adwan a Beit Lahia in quello che la Wafa ha descritto come un «orribile massacro». Molte persone sono ancora disperse, secondo la Protezione civile di Gaza.
]]>che potrebbero aver pagato alcuni diverbi passati con il neoeletto presidente. In un post pubblicato sul social network Truth, è lo stesso tycoon ad annunciare l’esclusione dei due repubblicani: “Ho apprezzato molto lavorare con loro in precedenza e vorrei ringraziarli per il loro servizio al nostro Paese”. Ma la decisione di Trump rivela quella che sarà la parola d’ordine nel processo di selezione della prossima squadra di governo: lealtà.
Haley ha corso contro Trump nelle primarie repubblicane e non l’ha accompagnato nella campagna presidenziale. Pompeo, ex segretario di Stato, aveva condannato l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, attirandosi le antipatie del popolo ‘Maga’, che da allora lo vede come un rappresentante dell’establishment. Secondo Politico, l’ex direttore della Cia avrebbe a lungo considerato di candidarsi alla presidenza nel 2024, salvo poi scegliere di non sfidare Trump per la nomination repubblicana. Sia Haley che Pompeo hanno appoggiato la candidatura del tycoon molto più tardi rispetto ad altri ex funzionari della prima amministrazione.
Secondo quanto riferito a Politico da due fonti, Pompeo stava facendo degli sforzi concreti per diventare il nuovo segretario alla Difesa, e in molti lo consideravano tra i favoriti, ma la sua candidatura si sarebbe scontrata con l’accesa opposizione delle persone più vicine al tycoon, tra cui il figlio Donald Trump Jr. e il commentatore di estrema destra ed ex conduttore di Fox News Tucker Carlson.
“C’è il desiderio di non avere persone con ambizioni presidenziali che usino i posti nel gabinetto di Trump come trampolino di lancio – ha detto una delle fonti, ex funzionario dell’amministrazione Trump – È stato scottato in passato da Mike e da Haley, e le loro idee di politica estera non sono allineate a quelle del presidente”.
]]>Il Pentagono teme ”i grandi sconvolgimenti” che potrebbero verificarsi con il tycoon comandante in capo, con una “deriva autoritaria”, ma anche “un processo decisionale caotico che con bruschi cambiamenti renda difficile il lavoro”. Ma non solo. Si teme anche che il presidente eletto possa mantenere la promessa elettorale di schierare l’esercito a livello nazionale contro i cittadini americani, che esiga dai vertici del dipartimento fedeltà a lui e tenti di modificare una istituzione che è apartitica e apolitica in una esplicitamente leale a lui.
A rivelarlo è il Washington Post, ricordando come durante il suo primo mandato Trump infrangesse le norme e spesso si scontrasse con i leader del Pentagono, anche se nominati da lui.
“Il pericolo più grande che l’esercito deve affrontare” sotto una seconda presidenza Trump è una “rapida erosione della sua professionalità, che ne minerebbe lo status e il rispetto da parte del popolo americano”, ha detto al quotidiano Richard Kohn, professore e storico militare presso l’Università della Nord Carolina a Chapel Hill. “Trump non comprende veramente il valore dei rapporti civili-militari o l’importanza di un esercito apartitico e apolitico“, ha aggiunto. Una delle portavoce di Trump, Karoline Leavitt, ha detto che il voto di martedì ha dato al presidente eletto ”il mandato di attuare le promesse fatte in campagna elettorale. E lui le manterrà”.
Sono diversi i funzionari della prima amministrazione Trump che mettono in guardia da una deriva autoritaria sotto la sua presidenza. Tra loro il suo ex segretario alla Difesa Mark T. Esper, il generale in pensione Mark A. Milley, suo ex presidente del Joint Chiefs of staff, e il suo ex Chief of staff della Casa Bianca John Kelly, anche lui generale in congedo. Ognuno di loro, scrive il Washington Post, durante la precedente presidenza Trump ha cercato di ”ostacolare i suoi impulsi più oscuri” e successivamente ”ha espresso gravi preoccupazioni sul fatto che potesse violare la Costituzione impartendo ordini illegittimi all’esercito”. Il generale in congedo Jim Mattis, primo segretario alla Difesa sotto Trump, nel giugno del 2020 lo aveva descritto come ”il primo presidente in vita mia che non cerca di unire il popolo americano”.
Da presidente, Trump ha aumentato il budget del Pentagono, ha fatto pressione sugli alleati degli Stati Uniti perché spendessero di più per la difesa e ha allentato le restrizioni sul campo di battaglia che erano state introdotte dal suo predecessore Barack Obama. Una mossa accolta con favore dal dipartimento della Difesa, dove però ha creato scompiglio la natura impulsiva e anti-establishment della sua presidenza. Da presidente, Trump ha anche utilizzato i suoi social media personali per trasmettere i principali movimenti delle truppe statunitensi all’estero, tra cui il ritiro dalla Siria settentrionale e riduzioni di personale in Afghanistan mentre i funzionari Usa stavano negoziando con i Talebani.
Rachel VanLandingham, ex avvocato dell’aeronautica ed esperta di diritto della sicurezza nazionale, ha detto che la sua preoccupazione più grande è che l’esercito venga utilizzato per reprimere il dissenso negli Stati Uniti. Tutti gli ordini presidenziali sono destinati a essere interpretati dal personale di base come legittimi anche se sembrano rientrare in una zona grigia, ha spiegato al Washington Post, aggiungendo che c’è la possibilità di punizioni disciplinari per chiunque disobbedisca. “Seguiranno gli ordini del presidente Trump, in particolare perché il presidente può legalmente ordinare l’uso interno dell’esercito in varie situazioni – prevede VanLandingham – C’è un rischio enorme nel disobbedire all’ordine di un presidente e apparentemente poco rischio nell’obbedirvi”.
Peter Feaver, esperto di relazioni civili-militari alla Duke University, ha detto che la maggior parte del personale militare e dei dipendenti pubblici di carriera probabilmente considererà la propria missione come quella di servire il nuovo presidente e consentirgli di esercitare i suoi poteri di comandante in capo. “Il loro dovere professionale è quello di avvertire i capi delle conseguenze indesiderate di ciò che stanno cercando di fare – ha detto – Questa non è resistenza, questa non è slealtà, questo è letteralmente il loro lavoro”, ha concluso.
Ieri il capo del Pentagono Lloyd Austin ha garantito che i militari assicureranno ”una transizione calma, ordinata e professionale verso la nuova amministrazione Trump”. In un messaggio alle truppe Usa, Austin ha detto che “come sempre, l’esercito statunitense sarà pronto a portare avanti le scelte politiche del suo prossimo comandante in capo e a obbedire a tutti gli ordini legittimi provenienti dalla sua catena di comando civile”.
Il Segretario alla Difesa Usa ha anche scritto che l’esercito statunitense si “distinguerà” dalla politica e continuerà a sostenere e difendere la Costituzione americana. “Non siete un esercito qualunque – ha scritto il capo del Pentagono – Siete l’esercito degli Stati Uniti, la migliore forza combattente sulla Terra, e continuerete a difendere il nostro Paese, la nostra Costituzione e i diritti di tutti i nostri cittadini”.
]]>con un brusco calo delle temperature legato ad un”irruzione polare’ che sarà seguita anche da un’intensa fase di maltempo, con pioggia e neve anche a quote basse.
Già da lunedì 11 novembre una vasta area di bassa pressione, ricolma di aria polare, localizzata tra Norvegia e Svezia, piloterà correnti d’aria molto fredde e instabili verso il bacino del Mediterraneo. Temperature giù, quindi, e rischi di fenomeni estremi per l’ingresso dell’aria fredda che favorirà la formazione di un vero e proprio ciclone sui nostri mari.
Gli esperti di ilmeteo.it accendono i riflettori in particolare sulle giornate di martedì 12 novembre e mercoledì 13: il vortice ciclonico potrebbe verosimilmente approfondirsi tra Sardegna e mar Tirreno, dando il via ad una fase di maltempo decisamente intensa, con ipotesi di nubifragi in particolare al Centro e al Nord.
Visto l’atteso calo delle temperature, sono previste pure delle nevicate fin verso i 700 metri di quota in Piemonte/Liguria e poco sopra i 1300/1400 metri sull’Appenino centro-settentrionale. Al Sud e sulle due Isole Maggiori invece sarà in azione un secondo ciclone (martedì 12) che provocherà non pochi temporali prima di spostarsi verso oriente. Si tratterebbe di una svolta simil invernale a tutti gli effetti dopo un lungo periodo di dominio anticiclonico.
]]>Nella ripresa al 51′ Lautaro imposta per Dumfries che lancia su Frattesi a centro area, pallone molto vago e la difesa dell’Arsenal allontana facilmente. Al 59′ Havertz tira verso Sommer che con un volo intercetta il pallone e l’Arsenal non pareggia. Inzaghi cambia le carte in campo e al 61′ entrano Mkhitaryan, Barella e Thuram sostituendo Frattesi, Zielinski e Lautaro. Dieci minuti dopo esce Calhanoglu rimpiazzato da Asllani, poi al 79′ esce Taremi per Dimarco. I minuti scorrono e arrivano al 97′, i Gunners insistono ma la difesa nerazzurra è granitica e il fischio finale consegna ai campioni d’Italia il quinto posto nella nuova versione della Champions.
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