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Giorgia Rambaldi – Italianinews https://stage.italianinews.com La voce degli italiani nel mondo Fri, 29 Nov 2024 20:30:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.4 https://stage.italianinews.com/wp-content/uploads/2024/11/cropped-Logo-Italiani-news-def-copia@2x-32x32.png Giorgia Rambaldi – Italianinews https://stage.italianinews.com 32 32 Avere figli per il 63% delle donne è un blocco alla carriera https://stage.italianinews.com/2022/07/06/avere-figli-per-il-63-delle-donne-e-un-blocco-alla-carriera/ https://stage.italianinews.com/2022/07/06/avere-figli-per-il-63-delle-donne-e-un-blocco-alla-carriera/#respond Wed, 06 Jul 2022 08:25:03 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/07/06/avere-figli-per-il-63-delle-donne-e-un-blocco-alla-carriera/  

La scelta delle donne in Italia è tra famiglia e carriera, il dislivello nell’uguaglianza sociale è sempre più alto

L’Italia al quattordicesimo posto tra gli stati europei

Quattordicesimo posto. Così si classifica l’Italia in merito alla parità di genere tra gli stati dell’Unione Europea.

Quattordicesimo posto per uno stato che tanto si dichiara avanzato e moderno, ma con un mucchio di polvere nascosta sotto al tappeto che diventa sempre più alta e che ci ricorda ogni giorno quanto questo paese non sia così evoluto come vuole farci credere.

Questo quattordicesimo posto è stato causato da una serie di numeri negativi raggiunti nel corso del 2021: le donne ceo sono diminuite di un punto percentuale, attestandosi al 3%, già il 4% era infinitesimale, nel dubbio questo punteggio è addirittura peggiorato.

Sul fronte natalità la situazione è a dir poco drammatica: -1,3% di nascite registrate nel 2021 rispetto all’anno prima. 

Freeda intervista donne della sua community per provare a rispondere a queste domande

Per provare a rispondere un po’ ai vari perché di questi fenomeni – o almeno iniziare a rispondere a qualcuno di questi quesiti – Freeda, comunità online tra le più seguite in Italia per i suoi contenuti femministi e con finalità divulgative su salute femminile, diritti e movimenti civili, ha intervistato la sua community, composta per la maggioranza da donne tra i 25 e i 34 anni, sul tema di lavoro e maternità, se è possibile trovare una conciliazione o come loro stesse risolvono questo mistero delle madri che vorrebbero lavorare e delle lavoratrici che vorrebbero mettere su famiglia.

Oltre all’Italia, l’indagine ha riguardato anche Regno Unito, Spagna e America Latina: gli altri Paesi dove Freeda è più attiva e seguita. 

O sei una lavoratrice o sei madre, non puoi essere entrambe

Questo studio è merito dell’idea di Silvia Sciorilli Borrelli, corrispondente a Milano per il Financial Times e autrice del libro “L’età del cambiamento. Come ridiventare un Paese per giovani”, in questo sui libro lei stessa ha cercato di capire le ragioni per l’estremamente bassa natalità. 

Il 77% del campione coinvolto ritiene che la società non è creata per concepire una donna madre e lavoratrice: deve per forza scegliere tra carriera e famiglia (stessa scelta a cui, ricordiamolo, gli uomini non devono sottostare), come se non bastasse, il 64% dello stesso campione ritiene che avere un figlio da giovani sia un rallentamento e un ostacolo per la carriera e il relativo guadagno – fondamentale visto il costo proibitivo di un figlio in Italia – e il 59% ha paura di comunicare la gravidanza ai propri superiori proprio per timore di subire delle ritorsioni – come il mobbing – al solo scopo di mandarla via o, nei casi di contratti “ballerini” o soggetti a rinnovo, di perdere il lavoro senza nemmeno essere avvisate e ne hanno ben motivo di avere paura, visto che al 42% delle intervistate è stato chiesto durante almeno un colloquio di lavoro se intendessero avere figli, sposarsi o comunque informazioni di natura strettamente personale, domande che, ricordiamolo, non sono solo immorali, sono proprio illegali.

Ma cos’è la legge quando devi scegliere se assumere una donna competente che potrebbe o non potrebbe rimanere a casa o assumere un uomo?

«La politica del congedo parentale condiviso rappresenta una modalità efficace per superare lo stereotipo culturale che demanda alle donne la cura della famiglia e dei figli, a discapito dello sviluppo professionale – commenta Andrea Scotti Calderini, ceo e co-fondatore di Freeda- ascoltando la nostra community, principalmente composta da giovani della Generazione Z e Millennial, si evince preoccupazione attorno al tema della maternità e alla possibilità che possa rappresentare per le donne un “gradino rotto”, ossia un momento di svantaggio competitivo rispetto ai colleghi. È necessario che imprese e politica lavorino insieme per promuovere un nuovo approccio a favore dell’inclusione e della parità di genere. A questo proposito, i nuovi media hanno una grande responsabilità per sensibilizzare e stimolare un cambio di passo».

«Il sondaggio conferma quello che a livello aneddotico sappiamo tutti: in Italia fare figli e anche carriera non conviene, oppure, semplicemente, non è possibile – ha dichiarato Silvia Sciorilli Borrelli – occorrono riforme e misure a supporto delle famiglie, ma il cambiamento più urgente riguarda la percezione della genitorialità e deve essere prima di tutto culturale».

Il congedo parentale come strumento di uguaglianza sociale

L’82% delle donne intervistate in Italia sostiene che il congedo obbligatorio parentale per il padre potrebbe aiutare a conciliare lavoro e famiglia anche per loro, permettendo loro di godersi la vita in famiglia e allo stesso tempo di contribuire in modo più equo all’interno della coppia e permetterebbe una suddivisione più equa delle responsabilità genitoriali. 

Durante il sondaggio, è stato chiesto alle donne intervistate se volessero dei figli, anche in futuro e il 69% del campione ha risposto positivamente, il 76% di questi sì veniva dalle donne italiane. 

I motivi per il no sono diverse e complesse, una delle più preoccupanti è che il 49% ha rispondo di no proprio per i rischi per la loro carriera.

Tra le mamme, il 21% ha dovuto smettere di allattare a causa del lavoro, mentre il 53% ha continuato fino a quando non ha deciso liberamente di smettere.

Obiettori, egoismo e aborto: non fare figli non è una questione privata

In Italia non è possibile fare bambini, non lo è emotivamente, economicamente, socialmente, fisicamente e non basterà rendere illegale l’aborto (grazie, America) o continuare a ostacolarlo con obiettori di coscienza (grazie, Italia) per aumentare la natalità.

Questa situazione non cambierà finché gli stipendi non si adegueranno all’inflazione ridando un po’ di potere economico alle persone, ma per farlo occorre (anche) limitare le tasse che i datori di lavoro devono pagare per un dipendente, così che a parità di prezzo per l’imprenditore, il lavoratore si trovi però più soldi in busta paga e possa avere il famoso surplus da dedicare a un bambino (non solo con il minimo necessario, ma con tutto ciò che una famiglia deve fornire per far vivere il proprio figlio al meglio). 

Occorre una politica più severa nei confronti delle discriminazioni sul lavoro sia in fase di assunzione, che durante la maternità e in generale sempre, che un datore di lavoro chieda a una ragazza, una donna se intende avere figli è inaccettabile, ricordiamo ancora lo scandalo Elisabetta Franchi che aveva ammesso che le donne che assume per posizioni dirigenziali nella sua azienda siano solo donne over 40, donne che non faranno una famiglia e che sono disponibili 24/24, 7/7, degli automi insomma e gli automi non hanno tempo per una famiglia.

I giovani vengono spesso accusati di egoismo quando dicono – spesso rivelano, consapevoli delle parole che verranno loro dette – che non vogliono avere figli, mancanza di desiderio di sacrificio, voglia di divertirsi, di buttare i soldi, ma è proprio così?

Un italiano medio come può crearsi una famiglia?

Probabilmente per alcuni è così, ma proviamo un attimo a pensare a un giovane italiano e mettiamoci qualche cifra spannometrica che però può aiutare il paragone: 30 anni, lavori da molto poco dopo una vita passata a studiare per trovare lo stesso lavoro che tuo nonno faceva senza laurea e con una paga il doppio della tua che aveva il quadruplo del potere d’acquisto, lui a 20 anni aveva i soldi per l’anticipo del mutuo, tu a 30 è tanto se puoi mettere la caparra della casa ipercostosa in cui stai andando a vivere rigorosamente in affitto con altri 3 o 4 estranei. 

Sei giovane, ma non così tanto e non hai mai avuto modo in vita tua di fare nulla, sia perché studiavi, sia perché non avevi soldi. È perfettamente normale provare a godersi qualche anno davanti, soprattutto se sei consapevole che il tuo stipendio, magari sufficiente a far vivere te con alcune (o parecchie) rinunce, non potrà mai essere sufficiente nemmeno per comprare una casa, figurati per crescere un bambino, sei lontano da casa, lontano da amici e parenti che potrebbero aiutarti, lontano dai tuoi genitori, da zii e cugini coi figli, saresti solo tu, forse avresti un’altra persona al tuo fianco, e poi il bambino, un bambino che richiede (giustamente) una quantità smisurata di tempo, attenzioni e denaro. E un figlio solo a testa significherebbe comunque un calo demografico, per una crescita 0 ne servirebbero due a testa, quindi per crescere (cosa che lo stato si auspica, c’è bisogno di qualcuno che paghi le pensioni?) demograficamente servono tre figli.

Tre. 

Vi immaginate crescere tre figli in un contesto lavorativo e familiare come quello sopracitato?

Quello sarebbe il vero egoismo: fare figli che non puoi mantenere. 

Volete che le persone (non solo le donne, ricordiamolo: i figli si fanno in due) abbiano bambini? Mettete loro nelle condizioni di farlo, tutti, non solo gli uomini, perché se un uomo non rischierà mai il licenziamento ma sua moglie sì, anche lui uomo non diventerà padre, il problema è di tutti, non solo delle donne.

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La settimana corta cambierà il modo di lavorare https://stage.italianinews.com/2022/07/01/la-settimana-corta-cambiera-il-modo-di-lavorare/ https://stage.italianinews.com/2022/07/01/la-settimana-corta-cambiera-il-modo-di-lavorare/#respond Fri, 01 Jul 2022 13:48:23 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/07/01/la-settimana-corta-cambiera-il-modo-di-lavorare/ Nel Regno Unito 70 aziende hanno ridotto la settimana lavorativa a 4 giorni anziché 5, un nuovo modo di vivere il lavoro in modo più produttivo e meno pressante.

 L’Italia è pronta ad affrontare un calo delle ore di lavoro lasciando invariato lo stipendio?

Recentemente abbiamo assistito a una sperimentazione avviata nel Regno Unito, una sperimentazione in cui circa 70 aziende hanno adottato la settimana breve per i dipendenti: 4 giorni lavorativi invece di 5. Il Regno Unito non è stato il primo a provare questa nuova realtà e che continua a provocare e a portare chiacchiere e dibattiti nel mondo del lavoro.

E l’Italia a che punto è? Per saperlo, l’agenzia Dire ha intervistato l’imprenditore Oscar Farinetti, fondatore di Eataly, il sindacalista Fausto Durante della Cgil, l’avvocato giuslavorista Ciro Cafiero e la docente di Psicologia sociale Elisabetta Camussi.

Parla l’imprenditore Oscar Farinetti

«Io proporrei una cosa aperta: ridurre la quantità di lavoro, aumentando la qualità, ma consentire di fare più ore a chi lo desidera e soprattutto questa flessibilità deve riguardare anche i festivi. Comunque è destino lavorare meno, ma sempre meglio –  commenta Oscar Farinetti, imprenditore e fondatore di Eataly sulla sperimentazione della settimana breve nel Regno Unito – nel corso degli anni siamo riusciti fortunatamente a lavorare sempre meno, oggi siamo a 40 ore a settimana su 5 giorni – prosegue Farinetti -, che significa che abbiamo il 42% di tempo libero, il 33% lo passiamo dormendo e il 25% lavorando. È un tema chiaramente più semplice per aziende di produzione che hanno un costo del lavoro molto basso attraverso la meccanizzazione, ma è più complicato per aziende di retail, come per esempio la ristorazione, dove il costo del lavoro pesa moltissimo. Per questo non sarà facile mantenere gli stessi stipendi riducendo un giorno di lavoro alla settimana».

«Oggi è un grandissimo problema trovare persone da assumere – continua Farinetti – non se ne trovano più. Soprattutto per chi, come noi, offre un tipo di lavoro anche nel week end. Sicuramente lo stipendio minimo garantito aiuterebbe di più rispetto al reddito di cittadinanza, che non è una soluzione al problema del lavoro, però è assolutamente importante che una quota di denaro venga prelevata da chi ne ha di più per darla a chi ne ha di meno, lasciando un reddito di sussistenza» conclude l’imprenditore.

L’opinione di Fausto Durante, coordinatore della Consulta industriale della Cgil nazionale
Fausto Durante, coordinatore della Consulta industriale della Cgil nazionale e autore del volume “Lavorare meno, vivere meglio”, è favorevole alla riduzione dell’orario di lavoro..

«Ridurre l’orario di lavoro fa bene non solo ai lavoratori, ma anche alle imprese e all’economia» .

«Ridurre il tempo lavorativo, auspicabilmente a 32 ore e 4 giorni a settimana, sarebbe una delle chiavi per migliorare la situazione del lavoro in generale, per conciliare vita privata e lavoro, per rendere i lavoratori più felici e soddisfatti della loro attività dato che, al momento, non mi pare lo siano. Stiamo infatti assistendo al fenomeno delle grandi dimissioni e, al contempo, molte persone non accettano l’impiego che gli viene offerto perché le condizioni non sono sufficienti. Evidentemente, sempre più lavoratori pensano che le modalità per realizzarsi non passino attraverso le condizioni che il lavoro di oggi propone».

«Questa riduzione farebbe bene anche all’economia italiana – spiega Durante – si tratta, però, di un argomento in netta controtendenza rispetto al mainstreaming in corso sulle condizioni economiche e sociali del Paese, sulla competitività, sulla necessità di lavorare di più e meglio. Questo modello neoliberista del turbocapitalismo che ci è stato inculcato ci ha portato esattamente dove siamo adesso: lavoro precario, salari bassi, orari lunghi e condizioni di lavoro insoddisfacenti. A tutto questo si è aggiunto il Covid. La riduzione delle ore e dei giorni settimanali di lavoro cerca di ribaltare proprio questo paradigma, dando priorità al benessere. Ma è un modello difficile da proporre e affermare».

Il rischio è che la riduzione dei giorni lavorativi e la conseguente diminuzione delle ore lavorate in settimana, possa provocare danni all’economia del paese a causa di un calo della produttività, ma il sindacalista Durante è di tutt’altro avviso.

«In tutti i Paesi in cui, negli ultimi cinque anni, sono state realizzate esperienze del genere, tranne un caso in Asia, le conseguenze sono state un aumento della produttività e della competitività delle imprese; un immediato miglioramento del tasso di occupazione, perché se riduco l’orario libero porzioni di lavoro da poter assegnare a nuovi lavoratori; un beneficio per il tasso di occupazione di giovani e donne. Per le donne infatti, la riduzione dell’orario ha comportato la possibilità di non dover ricorrere al part time obbligatorio e quindi di intraprendere percorsi di carriera più soddisfacenti. In Francia, dove l’orario è stato ridotto a 35 ore, in cinque anni si sono creati 400mila nuovi posti di lavoro, il 65% dei quali è stato occupato da giovani e donne» conclude Durante, esprimendosi favorevolmente a questo cambio nel modo di lavorare. Un nuovo modo per perdere tempo o, piuttosto, un modo per conciliare una vita sempre più frenetica a lavori, spesso, altrettanto stressanti? Possiamo tornare un attimo indietro nel tempo, a quando (non troppo tempo fa), lavoravamo 10, 12 ore al giorno 7 giorni a settimana, la produttività è calata o aumentata da quanto lavoriamo 40 ore alla settimana? Siamo più produttivi di una volta lavorando meno, perché non potrebbe accadere ancora? Sappiamo bene che l’attenzione non può rimanere costante per 8 ore al giorno per 5 giorni a settimana, quando tempo perdiamo a distrarci, a decocentrarci?  E se sfruttassimo questo tempo perso per fare ciò che vogliamo noi e non per stare in ufficio, in fabbrica o comunque sul posto di lavoro a non fare nulla?

In base al discorso di Durante, sembra possibile e plausibile.

La testimonianza di Cafiero: esperto di diritto

«Diciamo che la nostra produttività oraria del lavoro non è alta come quella dei Paesi anglosassoni o del nord Europa, che possono consentirsi anche una settimana lavorativa più corta ed eventualmente di ridurre il carico di lavoro di ciascun lavoratore. Questo è un dato da tener presente ed è un contro. Da un punto di vista dei pro, invece, sicuramente i tempi iniziano ad essere maturi per valutare, più che una settimana corta, una maggiore autonomia a favore dei lavoratori nella distribuzione del proprio orario – dice l’avvocato giuslavorista Ciro Cafiero, docente di Diritto del lavoro alla “Luiss School of Law” di Roma, che prosegue poi dicendo che  – ad insegnarcelo molto chiaramente è stato lo smart working, abbiamo visto infatti che i lavoratori sono pronti a gestire con più autonomia i propri oneri, quindi con un passaggio dall’obbligazione di mezzi all’obbligazione di risultati. Per cui dovremmo valutare la proposta di ridurre l’orario alla luce di questo quadro: da un lato una bassa produttività oraria per le nostre imprese, che deriva essenzialmente da un gap tecnologico in molti contesti, dall’altro una maggiore autonomia che grazie allo smart working i lavoratori hanno raggiunto. L’aumento della produttività di ogni singolo lavoratore nel benessere di ogni singolo lavoratore e l’aumento dei profitti delle imprese. Lo smart working suggella l’alleanza e determina il tramonto dell’idea del conflitto, che è un po’ quella che ha permeato la Seconda rivoluzione industriale del Fordismo, e prende il sopravvento questa idea forte di sinergia e alleanza tra impresa e lavoro a tutti i livelli. È una questione valoriale prima che di organizzazione».

L’avvocato ci tiene a far presente che alcune aziende importanti hanno cominciato a fare questa sperimentazione da qualche tempo, ma non è detto che questo sistema sia funzionale per l’Italia, almeno secondo il giurista.

«Non è detto che vadano bene per il nostro Paese. Alcune imprese hanno già iniziato a farle, soprattutto le multinazionali,perché hanno un’esperienza che arriva dall’estero e che stanno cercando di replicare anche in Italia, ma sono molto guardinghe. Personalmente sono molto “laico” nella valutazione, non sono né nettamente ‘contro’ né nettamente ‘pro’. Però se posso dire la mia, dico che oggi non è più tempo di parlare di settimana lavorativa e di orario di lavoro distribuito su alcuni giorni, ma è tempo di discutere di autonomia dei lavoratori nella scelta dei tempi, degli spazi e dell’organizzazione del lavoro».

Secondo Cafiero, la miglior forma di creazione di posti di lavoro è l’investimento sulla creatività delle persone.

«Lasciare alla persona la possibilità di organizzarsi significa farle sviluppare il suo senso di autoimprenditorialità in un’ottica personalistica. È un’idea antropologica del lavoro, metterei al centro questo».

È ovviamente impensabile questa soluzione per certe categorie di lavori.

«Per chi lavora in fabbrica, per esempio, la settimana corta diventerebbe un problema, perché la produzione, soprattutto quella di alcuni settori, come per i generi alimentari, richiede dei flussi continui e non contempla interruzioni. Rispetto a loro è possibile individuare dei margini di autonomia più ampi; già da molto tempo in Francia si parla di “teal’”, cioè di un’ organizzazione molto più orizzontale e meno verticale, in cui la gerarchia è molto meno pressante e dove gli stessi lavoratori in fabbrica organizzano, con una sorta di comitato autonomo interno, le proprie giornate di lavoro».

Questa divisione tra settimana standard e settimana breve porta all’attenzione la questione salari e stipendi, che in Gran Bretagna rimangono invariati.

«È questo il punto da capire – dice Cafiero – in Gran Bretagna non c’è la contrattazione collettiva che determina i livelli retributivi, così come in Germania ci sono leggi che regolano il salario, per cui da questo punto di vista si tratta di sperimentazioni “neutre”. In Italia non lo sappiamo, perché i contratti collettivi sono incaricati di individuare i livelli, però mi chiedo: cosa accade se solo alcuni optano per quattro giorni lavorativi e tutti gli altri restano a cinque? Percepiranno la stessa retribuzione? Non è giuridicamente possibile, perché l’articolo 36 della Costituzione parla di retribuzione proporzionata alla qualità e alla quantità del lavoro, quindi chi lavora di più percepisce una maggiore retribuzione. Sono domande aperte e non abbiamo una soluzione, però quantomeno possiamo interrogarci» conclude il giuslavorista.

La psicologa sociale concorda con la riduzione dei giorni lavorativi

L’ultima esperta intervistata sulla questione della settimana breve è la professoressa associata di Psicologia sociale presso l’Università di Milano Bicocca e presidente della Fondazione della professione psicologica Adriano Ossicini del Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi Elisabetta Camussi,

«L’impostazione del lavoro cinque giorni a settimana è molto arretrata e, inoltre, ha dimostrato di non essere neanche garanzia di percorsi di carriera verso l’alto (sia come mansioni che in termini di stipendio). Tuttavia, al tema della riduzione dell’orario e della settimana lavorativi il nostro Paese non è minimamente abituato».

«Ci sono invece Paesi, come quelli scandinavi – ribatte la professoressa – in cui non è più neanche una sperimentazione, ma una realtà acclarata che ha comportato indubbiamente benefici. Diminuire di un giorno la settimana lavorativa, riducendo anche le ore settimanali complessive, spinge infatti molto l’idea di un equilibrio tra la vita privata e le sue esigenze e l’esperienza professionale. In questo senso però, le uniche sperimentazioni di successo sono quelle che hanno ridotto le ore lavorative e non compresso le stesse ore in meno giorni. Una riduzione che, è bene ricordarlo, non ha prodotto un peggioramento della produttività e delle performance lavorativa ma, al contrario, le ha migliorate perché le persone, potendo godere di una esperienza di vita più piena, hanno risposto con una maggior capacità di finalizzarsi nei propri obiettivi (che è poi la vera natura dello smart-working) e nella propria produttività».

Secondo la professoressa e psicologa sociale, non è solo una questione di soldi e tempo libero, bisogna sapere leggere due importanti fenomeni che si stanno verificando: il primo è un aumento di richieste di aiuto psicologico, il secondo è la necessità di rivedere il lavoro come fin’ora lo conosciamo in seguito al fenomeno delle “grandi dimissioni”, in cui possiamo notare un aumento spaventoso di persone tra i 20 e i 35 anni che abbandonano il lavoro per cercarne uno migliore e che possa garantire migliori condizioni di vita e stipendi adeguati.

«Il forte aumento di richieste di aiuto psicologico arrivate proprio all’interno dei luoghi di lavoro, non contro i contesti lavorativi, ma a partire da questi ultimi. In alcuni casi, i più illuminati, sono state organizzati sportelli di sostegno psicologico interni alle aziende; in altri casi sono stati offerti sistemi di re-invio a servizi pubblici o privati. Questo ci dà un’indicazione molto chiara del fatto che dentro i contesti lavorativi emergono una fatica, una complessità, una difficoltà e una sofferenza di cui le persone sono portatrici e che non può essere ricondotta semplicemente a quello che succede nella loro vita privata, ma ha a che fare con una serie di cambiamenti. Uno di questi è proprio un cambiamento di visione della propria esperienza professionale. La pandemia non ha infatti costituito solo un trauma, nella vita di tutti noi, ma anche una cesura con ciò che era prima. Ora ciò che risulta complesso è riorientarsi e ritrovare senso, anche all’interno del contesto lavorativo».

Per quanto riguarda il fenomeno delle grandi dimissioni, la professoressa ne parla come qualcosa di importante e da non sottovalutare.

«Un movimento proveniente dagli Stati Uniti e che sta prendendo piede anche da noi. Solo in Lombardia, nel 2021 su 4,5 milioni di occupati si è dimesso volontariamente il 10%. Un dato impressionante, se consideriamo che si sta verificando in un periodo ad alto rischio di recessione economica. Protagonisti di questo fenomeno sono, principalmente, i giovani under 35 e le donne, lavoratori con media-alta qualificazione. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che, alla concezione del lavoro di stampo novecentesco, rispondono con una richiesta che non è banalmente di carriera e di denaro, ma di qualità della vita, benefit complessivi e riconoscimento delle competenze. La settimana corta sarebbe una valida risposta a questa richiesta di nuovi equilibri, emersa fortemente durante la pandemia, che ha riportato al centro le relazioni».

Prosegue poi la professoressa Camussi.

«Nella fetta di genitori che hanno rassegnato o stanno rassegnando le proprie dimissioni ce ne sono molti con figli tra 0 e 3 anni e tra questi la maggior parte (80%) sono donne. Questo deve farci riflettere su quanto e se, per questo gruppo specifico di lavoratori, lavoratrici soprattutto, le dimissioni siano volontarie. Guardando a questo aspetto, la riduzione della settimana lavorativa e il liberare sistematicamente un giorno a settimana non renderebbe solo per le donne più semplice la conciliazione del lavoro con la vita privata e con i carichi di cura, ma permetterebbe di estendere e condividere maggiormente questi carichi con il partner. Soprattutto se si evitasse di cadere nell’ottusità di far coincidere lo stesso giorno libero per tutti. Come effetto indiretto – inoltre – questo favorirebbe una maggior partecipazione delle donne al mondo del lavoro».

«La pandemia ci ha permesso di capire che abbiamo dei diritti, dei bisogni e dei desideri – conclude Camussi – che non si riconoscono in un’impostazione del lavoro novecentesca».

La settimana da 40 ore è anacronistica, è palese. Poteva avere un senso quando l’uomo andava a lavorare e la donna era costretta a prendersi cura di casa e figli, ma il contesto era molto diverso: con uno stipendio solo mantenevi moglie, casa, macchina e figli, una volta tornato a casa avevi i bambini lavati e in pigiama che ti aspettavano per cenare e andare a letto, la casa era pulita e tu e tua moglie avevate lavorato entrambi in modo proficuo.

Ora non è più così, uno stipendio non è sufficiente, in una coppia lavorano entrambi, i single a maggior ragione devono mantenere loro stessi, eventuali figli e gestire cas e vita loro e di bambini coinvolti (come minimo), le cose da fare sono centinaia, che sia andare in posta a pagare le bollette o fare la spesa o portare tua figlia a basket, il tempo non è sufficiente e la vita privata ne risente terribilmente.

Siamo nati per lavorare per vivere, non vivere per lavorare ed è giusto che ci riprendiamo questa consapevolezza e i nostri ritmi.

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La corsa per la cittadinanza degli stranieri in Italia: Cosa significa diventare italiani https://stage.italianinews.com/2022/06/30/la-corsa-per-la-cittadinanza-degli-stranieri-in-italia-cosa-significa-diventare-italiani/ https://stage.italianinews.com/2022/06/30/la-corsa-per-la-cittadinanza-degli-stranieri-in-italia-cosa-significa-diventare-italiani/#respond Thu, 30 Jun 2022 08:00:53 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/06/30/la-corsa-per-la-cittadinanza-degli-stranieri-in-italia-cosa-significa-diventare-italiani/ Burocrazia invincibile, tempi lenti e diritti negati: così vivono i ragazzi non italiani che però vorrebbero diventarlo

Bologna accoglie la proposta di una cittadinanza per i minorenni residenti nel comune

BOLOGNA – Lo ius soli in Italia non esiste, lo sappiamo.

Esiste lo ius sanguinis, ovvero la possibilità di passare la propria cittadinanza ai figli, ma non è possibile per coloro che nascono sul territorio italiano da genitori stranieri – tranne rarissimi casi – di avere la cittadinanza italiana.

Si legge sul sito del Ministero dell’interno, che «la cittadinanza può essere richiesta anche dagli stranieri che risiedono in Italia da almeno dieci anni e sono in possesso di determinati requisiti. In particolare il richiedente deve dimostrare di avere redditi sufficienti al sostentamento, di non avere precedenti penali, di non essere in possesso di motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica».

Eppure, per Ibtissam questa sembra essere una leggenda.

Ibtissam ha 23 anni, è arrivata in Italia da quando ne aveva 10, 13 anni passati a Bologna che, ufficialmente, non sono sufficienti per renderla italiana.

La testimonianza di Ibtissam è una di quelle raccolte durante l’incontro “Italiani di diritto: la riforma che serve”, un incontro sulla legge di cittadinanza che si è svolto nel capoluogo emiliano-romagnolo su iniziativa dell’Anolf: associazione nazionale oltre le frontiere.

«Sono arrivata per ricongiungimento familiare, per raggiungere il babbo – racconta Ibtissam- ho fatto tutto il mio percorso scolastico, sia elementari che medie e superiori mi sono diplomata in marketing. Purtroppo ancora non ho il diritto di poter avere la cittadinanza italiana, nonostante mi senta italiana al 100%, siccome ormai ho passato più di metà della mia vita qui. Mi piacerebbe tanto usufruire di questo diritto, che mi aprirebbe un sacco di porte. A livello lavorativo, ma non solo, perché ad esempio mi permetterebbe anche, una cosa che per molti è banale, esprimere il mio voto., Mi sento di far parte di questo Stato e mi piacerebbe esprimere il mio voto per poter decidere il futuro del mio Paese. Poter votare per me è una cosa meravigliosa. Poter esprimere la propria opinione e il proprio voto è qualcosa che ti permette anche di crescere e sentirsi ascoltati. Poter dare la propria opinione in un Paese che ormai sento mio» dice Ibtissam.

Ibtissam qualche anno fa ha sposato un ragazzo con cittadinanza italiana, il che dovrebbe garantirle a sua volta la cittadinanza dopo due anni, cosa che però non è avvenuta per la solita, tediosa burocrazia che in Italia impazza senza controllo e fa impazzire chi ci si deve scontrare (quindi praticamente tutti).

«Non posso richiedere quella per residenza, non avendo il Cud – continua Ibtissam – perché non lavoro. Non riesco a trovare il lavoro che mi piace, più adatto a me, siccome non posso fare richieste ai concorsi pubblici, non avendo la cittadinanza. Per richiedere la cittadinanza con mio marito, quindi per matrimonio, bisogna sposarsi, stare insieme per due anni, avere una residenza in comune e per poterla richiedere bisogna avere un permesso di soggiorno Ue, che ancora non ho».

Insomma, il solito cane che si morde la coda in un circolo vizioso senza fine.

La cittadinanza non solo potrebbe accedere ai concorsi pubblici e votare, obiettivi certamente nobili, ma strettamente legati alla vita “pratica” di tutti i giorni, Ibtissam vorrebbe di più, vorrebbe viaggiare e scoprire il mondo.

«La cittadinanza mi darebbe la possibilità di poter viaggiare, perché ora non riesco mai a farlo avendo sempre il permesso di soggiorno scaduto».

Niente cittadinanza, niente concorso. Così Omar si vede negato il suo sogno.

Omar è nato in Perù nel 1996, è un giovane ragazzo di 26 anni che a 14 è arrivato in Italia per raggiungere la madre, il suo sogno è fare il poliziotto e proteggere lo stato che lo ha accolto, ma non può nemmeno provarci, il motivo? Senza cittadinanza italiana non può partecipare ai concorsi, unico modo per sperare di indossare la divisa della polizia.

Come Ibtissam, Omar ha raccontato la sua storia all’incontro organizzato dall’Associazione nazionale oltre le frontiere (Anolf) dell’Emilia-Romagna per discutere dei possibili cambiamenti alla legge sulla cittadinanza.

Omar non ha dubbi in merito e ritiene che questa riforma sia veramente importante.

«Ho iniziato subito a studiare – racconta Omar sul suo arrivo in Italia – anche se non sapevo neanche una parola di italiano ed ho avuto diverse difficoltà inizialmente. Dopodiché mi sono fatto le ossa per cercare di andare avanti» Omar ha conseguito il diploma in un istituto tecnico ad indirizzo metalmeccanico. «Avevo in mente di entrare in Polizia ma non avendo la cittadinanza non potevo nemmeno provarci. Neanche ai tempi in cui ero bambino mia madre poteva darmi la cittadinanza perché lei non aveva un reddito sufficiente per poterla richiedere».

Continua la sua storia su come si è rimboccato le maniche dopo aver visto sfumare il suo sogno.

«Ho pensato di fare l’Università e mi sono iscritto a Economia aziendale. Ho fatto qualche mese, poi purtroppo ho dovuto lasciare – continua Omar – perché mia madre si è fatta male e non essendoci nessuno ad aiutarci ho dovuto lavorare io. Ho fatto diversi lavori da quando avevo circa 19 anni e, appunto per motivi di lavoro, mi sono dovuto spostare molto spesso tra le regioni per cercare un futuro migliore».

Ed è a causa di questi continui spostamenti che adesso «ho dei dubbi riguardo alla residenza sui dieci anni continuativi – continua Omar – perché ho cambiato residenza più volte. Ma ora che ho una stabilità qua a Bologna, vorrei chiedere la cittadinanza, per avere anche la possibilità di votare e far sentire la mia voce».

La corsa a ostacoli di Aziz, marocchino con una vita passata a Reggio Emilia

Il cammino verso la cittadinanza italiana? Aziz non ha dubbi in merito. «È a ostacoli. Solo che ogni volta non sono 100 metri, ma chilometri e chilometri di ostacoli». 36 anni, arrivato in Italia dal Marocco a metà della quarta elementare e circa 25 anni vissuti a Reggio Emilia.

Aziz è una storia a lieto fine (quasi), infatti è, finalmente, legalmente italiano.

Non è la prima volta che Aziz fa sentire la propria voce da immigrato con una vita passata in Italia, anni fa era stato uno dei protagonisti del documentario “18 ius soli: il diritto di essere italiani”, vincitore nel 2012 del premio Ilaria Alpi.

«Immaginate un ragazzo che arriva, inizia la scuola e non si pone tante domande. Io ho una figlia di 11 anni mi sto rivedendo in quello che fa lei. Fai le tue attività, studi e non ti rendi conto che c’è qualcosa che non va, che non quadra – racconta Aziz –  fino a quando non fai la prima fila. Ed è la fila allo sportello della Questura. Quando fai quella fila ti rendi conto che Marcello, il tuo compagno delle elementari, non fa la fila ma tu sì, alle cinque e mezza o sei del mattino. Una fila poco organizzata, un po’ affollata, c’è qualcuno che magari è lì da mezzanotte o prima perché deve fare le pratiche burocratiche e andare poi a lavorare”.

Aziz ha anche rischiato di perdere un anno di scuola. «Sono sempre grato a mio padre che è riuscito, con maestria burocratica, a tradurre i certificati di frequenza in Marocco nel riconoscimento della quarta elementare, sennò avrei dovuto rifare l’anno».

Aziz ricorda con affetto le maestre che lo hanno aiutato durante i primi anni.

«Non sarò mai abbastanza riconoscente alle maestre che con pazienza ti insegnano l’italiano e ti danno le indicazioni che servono».

«Vai avanti e ti rendi conto che ci sono due percorsi paralleli. C’è la voglia di costruire e chiedere un riconoscimento, ma dall’altra parte c’è il contesto sociale in cui ti dai da fare: all’oratorio, in un’associazione o con il Comune e tante realtà, ma c’è una società che fa fatica a riconoscerti», sottolinea Aziz.

Nel frattempo, ha maturati i requisiti per la cittadinanza.

«Presenti la richiesta dopo quasi 16 anni e non è una richiesta di riconoscimento, se andate a vedere i moduli: “Chiedo di avere la concessione della cittadinanza”. E dici: ma perché devo chiedere qualcosa che sto costruendo insieme ad altri? Comunque, fai la richiesta, la lasci lì e la dimentichi perché torni alla tua vita parallela, che è quella di fare le tue attività, andare avanti, iniziare a lavorare nel sindacato, far parte di un’associazione come l’Anolf e compilare pratiche dove tu stesso vedi delle assurdità ma dici: devo avere a che fare con queste regole».

Aziz ha saltato la corsa ad ostacoli fino alla cittadinanza, conclusa con il giuramento che ora ricorda.

«Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato. Però è quello Stato, quel contesto sociale, che ha fatto fatica a riconoscerti. Ma hai prestato giuramento e vai avanti».

«È veramente frustrante vedere una miriade di riforme che vengono presentate e ripresentate. Tu dici: sarà la volta buona? E invece dobbiamo ancora attendere», conclude Aziz.

Bologna accoglie lo Ius Soli

Il consiglio comunale di Bologna ha approvato la delibera per modificare lo Statuto di Palazzo D’Accursio e affermare così che il comune «si riconosce nel principio dello “Ius soli” come mezzo per acquisire la cittadinanza italiana.»

Così il comune ha istituito la cittadinanza onoraria di Bologna per i minori stranieri residenti in città che siano nati in Italia da genitori stranieri regolarmente soggiornanti o nati all’estero, ma che abbiano completato almeno un ciclo scolastico o un percorso di formazione professionale.

La delibera è stata discussa ed è passata con 26 voti favorevoli, 8 contrari e 3 astenuti e, sempre con lo stesso numero di voti, il Consiglio ha approvato l’ordine del giorno presentato alla giunta dalla maggioranza così da invitare ad «“accelerare le tempistiche delle notifiche e il giuramento per ottenere la cittadinanza italiana, per modificare alcune prassi che possono essere discriminatorie in materia di di residenza e per aumentare il personale dei servizi demografici».

«Lo Ius scholae entra nello Statuto comunale, la nostra città fa da apripista sul futuro, il Parlamento faccia altrettanto per aggiornare la legge sulla cittadinanza e guardare in faccia migliaia di bambini e bambine, ragazzi e ragazze italiane di fatto ma ancora senza diritti“, dichiara in una nota la segretaria Federica Mazzoni». dichiara la segretaria del Pd bolognese Federica Mazzoni.

«Siamo orgogliosi per la tenace affermazione di questo diritto di civiltà, grazie ai consiglieri e alle consigliere di maggioranza che lo hanno reso possibile – aggiunge Mazzoni – così, dalla nostra Bologna progressista guidata dal sindaco Matteo Lepore che fortemente si è speso – continua la nota – si accende la scintilla che deve portare le istituzioni nazionali ad approvare una riforma di civiltà destinata a dare una risposta normativa a giovani che sono già italiani di fatto».

«Modificare la legge sulla cittadinanza è urgente e imprescindibile. Il superamento dello ius sanguinis verso lo ius scholae mette al centro la riflessione sul concetto di cittadinanza come appartenenza, per ampliare i diritti e allargare gli spazi di partecipazione e rappresentazione. La nuova sinistra che stiamo costruendo come Pd fa questo: battaglia politica su questa questione di giustizia e civiltà, di attenzione e cura nei confronti delle nuove generazioni. Per costruire una società coesa. Per tutte le ragazze e per tutti i ragazzi. Per il futuro di Bologna e dell’Italia». conclude Mazzoni.

Parla il sindaco Matteo Lepore: Bologna apripista dell’Italia.

«Non è affatto solo un atto simbolico, è un atto politico perché arriva il momento nel Parlamento di discutere lo “Ius scholae”. La modifica dello Statuto del Comune di Bologna – racconta Matteo Lepore, sindaco di Bologna – di una città progressista e democratica come la nostra, chiede ad altre città di fare lo stesso, chiede al Parlamento di riconoscere a queste persone che vivono, studiano e lavorano nel nostro Paese, di avere riconosciuto un principio liberale, il più importante, che non c’è nessuna tassazione senza la rappresentanza».

Bologna è il primo comune in Italia, il primo ad aver creato una cittadinanza ad hoc quando lo stato non sembra in grado di farlo.

«Bologna è apripista. Adesso aspettiamo la legge nazionale in Parlamento. Credo che anche riformisti e liberali dovrebbero pensare a questo. Visto che non si fa che parlare del fatto che liberali e riformisti sarebbero tanti, chiedo a liberali e riformisti di sostenere questa proposta – continua il sindaco – come Comune lavoreremo per le giornate della cittadinanza, per conferire a oltre 11.000 ragazzi questo riconoscimento. Ci sono cose che è evidente che vadano fatte. Dobbiamo dire a questi ragazzi che fanno parte della città, solo così possiamo ridurre quella distanza, che a volte c’è, tra loro e le istituzioni. La nostra differenza con Fratelli d’Italia è questa: c’è chi vuole portare avanti l’Italia e chi vuole portarla indietro» conclude con un’affermazione forte che ribadisce bene la sua posizione politica.

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Il caldo torrido sta trasformando l’Italia in deserto https://stage.italianinews.com/2022/06/23/il-caldo-torrido-sta-trasformando-litalia-in-deserto/ https://stage.italianinews.com/2022/06/23/il-caldo-torrido-sta-trasformando-litalia-in-deserto/#respond Thu, 23 Jun 2022 08:25:25 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/06/23/il-caldo-torrido-sta-trasformando-litalia-in-deserto/ In Sicilia il 70% della superficie è compromesso, con altre sei regioni che hanno raggiunto una desertificazione tra il 30 e il 50%

Italia sempre più secca, il caldo di quest’anno conferma quello di cui da anni si vocifera: l’Italia è un deserto, l’acqua sta sparendo.

Complici, le pochissime precipitazioni annuali, soprattutto durante l’estate che portano le temperature altissime a rimanere alte (quasi incandescenti) e la terra a spaccarsi riarsa.

L’analisi condotta nel nostro paese mostra che circa il 70% della superficie della Sicilia presenta un grado medio-alto di vulnerabilità ambientale, ma non è la sola regione a soffrire la sete: Molise (58%), Puglia (57%) e Basilicata (55%) sono le regioni più colpite.  Sei regioni, non solo al sud, (Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania) presentano una percentuale di territorio a rischio desertificazione tra il 30% e il 50%, mentre altre 7 (Calabria, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Veneto e Piemonte) sono fra il 10% ed il 25%. Insomma, la situazione non è rosea e oltre alle condizioni torride delle città che portano ad accendere condizionatori e a peggiorare la crisi energetica, a pagarne davvero lo scotto sono le coltivazioni: di questo passo, entro il 2050 l’Italia non potrà offrire risorse sufficiente per sfamare il proprio popolo (parliamo della crisi alimentare proprio in questo articolo).

La situazione nel resto del mondo

La siccità non colpisce solo lo stivale, tutto il mondo patisce le conseguenze del cielo perennemente sereno.

Sono circa 200 i Paesi e un miliardo le persone interessate dal processo di desertificazione nel mondo e i più colpiti sono Cina, India, Pakistan e diverse Nazioni di Africa, America Latina, Medio-Oriente, ma anche dell’Europa mediterranea come Portogallo, Spagna, Grecia, Cipro, Malta e, ultima ma non per tempistica, l’Italia.

«Sono questi dati a certificare la fondamentale funzione non solo agricola, ma anche ambientale, dell’irrigazione nei Paesi del Sud del Continente. Da qui, l’importanza dell’azione svolta in sede comunitaria da Irrigants d’Europe» a parlare è Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI) in occasione della Giornata Mondiale contro la Desertificazione e la Siccità

La Spagna e la Grecia

«È evidente che, in questa situazione e senza un’adeguata infrastrutturazione idrica, l’applicazione dei parametri attualmente previsti dalla normativa europea sul Deflusso Ecologico, sarebbe stata disastrosa per l’economia e l’ambiente di ampie zone del Paese. Da qui la deroga di due anni, decisa dal Parlamento, cui va il nostro grazie» aggiunge il Presidente di ANBI Vincenzi.

La situazione spagnola è drammatica, ormai il 72% del territorio ne è coinvolta, soprattutto la zona del “mare di plastica”, territorio nel sud della spagna in cui si pratica un’agricoltura intensiva, con serre che creano un’immensa onda di plastica e un uso estremo di acqua dolce. La Grecia non è da meno, ma ha un pelo più di tempo: impiegherà tutto questo secolo per desertificarsi come la Spagna.

Le conseguenze porteranno all’emigrazione

L’ONU sostiene che nel mondo sono state compromessi tra uno e sei miliardi di ettari di terra, cosa che nel futuro comporterà un’immigrazione di massa: saranno 200 milioni le persone che si vedranno costrette a scappare verso regioni più sostenibili e vivibili.

i suoli si degradano perché abbandonati

Non solo la siccità in sé per sé, anche l’abbandono delle terre coltivate è colpevole del degrado del terreno che si sgretola.

Un esempio di questo fenomeno lo troviamo nelle tempeste di sabbia, che in questi mesi hanno colpito Siria, Iraq (da Aprile ve ne sono state già ben 6 con migliaia di ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie) ed altri Paesi confinanti, eventi favoriti dagli abbandoni di campi coltivati avvenuti in questi paesi negli ultimi due anni, causati a loro volta da eventi di estrema siccità e guerra. Questo ha portato alla mancanza di un freno naturale per la sabbia: le coltivazioni. Si prevede che in Iraq, entro il 2050, potrebbero esserci tempeste di sabbia per 300 giorni all’anno.

Il Po non è mai stato così basso: raggiunto il minimo storico dopo 70 anni

«Nel Po siamo arrivati a una situazione di severità alta. Probabilmente siamo in una condizione in cui le misure messe in campo non sono più sufficienti, bisognerà vedere se è il caso di dichiarare lo stato di emergenza vero e proprio. Perché si avvicina lo scenario più temuto, quello in cui tutti gli usi non possano essere soddisfatti, e bisogna quindi capire quale sarà la migliore situazione per contenere i danni». Lo dice all’Agenzia Dire Stefano Mariani, primo tecnologo di Ispra.

«Secondo i dati Istat, in generale in Italia l’uso delle risorse idriche è per il 47% per scopi irrigui, per il 28% civili, per il 18% industriale, per il 4% legato alla produzione di energia e 4% per la zootecnia. La priorità in caso di estrema siccità – continua Mariani – è l’uso civile, ci potranno essere razionamenti della risorsa idrica, ma il danno maggiore può interessare il comparto agricolo». Secondo uno studio Ispra, in Italia si registra un trend di decrescita che ha portato il 19% in meno di disponibilità idrica nell’ultimo trentennio rispetto al trentennio 1921-1950.
«La situazione attuale però è causa di precipitazioni ben al di sotto delle medie – prosegue – fenomeno che caratterizza alcune aree già dalla fine dello scorso anno».

Bisogna razionare l’acqua

Razionare e centellinare l’acqua, non solo in agricoltura ma per tutti gli usi, questa è la proposta e la necessità emerse dalla riunione dell’Osservatorio permanente sugli utilizzi della risorsa nel bacino del Po – ormai ribattezzato delle “crisi idriche” e convocato questa settimana per l’ottava volta in un mese a dieci giorni dall’incontro precedente.

Il Piemonte e l’Emilia-Romagna hanno chiesto al Governo Draghi lo stato di emergenza.

«L’imperativo categorico – sottolinea il segretario dell’Autorità di bacino del Po, Meuccio Berselli – è salvaguardare come raccomandato dalle direttive comunitarie la portata del Grande fiume attuando rapidamente tutte le azioni possibili per rendere quanto più efficace e proficuo l’uso della risorsa disponibile lungo l’alveo, gestendo l’acqua più dinamicamente. La siccità estrema con severità idrica alta ci obbligherebbe ad un cosiddetto ‘semaforo rosso’ che bloccherebbe ogni tipo di uso, consentendo solo quello idropotabile, ma grazie ad alcuni provvedimenti mirati utili, per quel che resta in termini di quantità disponibile, assicuriamo la continuità dell’irrigazione, pur se in misura ridotta».

I consorzi di bonifica pensano a razionare l’acqua.

La prima misura che l’Autorità di bacino del Po è stata una riduzione del 20% dei prelievi idrici per uso irriguo.

La misura serve per «sostenere le portate del Po nel tratto di valle per assicurare l’uso idropotabile delle province di Ferrara, Ravenna e Rovigo e per contrastare la risalita del cuneo salino nelle acque superficiali e sotterranee».

La falda sotterranea del Po ha perso il 200% di acqua

Sono passati più di 110 giorni consecutivi senza pioggia in Emilia-Romagna e a farne le spese è stata anche la falda idrica del sottosuolo, ormai quasi prosciugata.

Nonostante nei prossimi giorni sia prevista pioggia, non è detto che sia sufficiente per rimediare alla differenza d’acqua.

A segnalarlo è il Cer, il Canale emiliano-romagnolo, i cui laboratori tecnico-scientifici hanno svolto alcune analisi statistiche sui recenti monitoraggi della falda sotterranea.

Bisogna muoversi per le colture primaverili ed estive

«L’acqua nel sottosuolo va da -150 a -200% rispetto alla media storica del periodo- spiega il consorzio- nel comprensorio del Cer si stima che la mancanza di piogge abbia già reso critica la gestione delle graminacee estive su una superficie prossima a 50.000 ettari. A causa della siccità, si registrano grosse complicazioni nella semina delle colture primaverili-estive».

Infine la domanda di acqua nei frutteti «è elevata per poter contrastare le pericolose gelate primaverili, già causa di enormi perdite l’anno scorso».

Siamo davanti a una crisi idrica senza precedenti che, unita ai costi di energia e alla crisi di carburante ed energetica, rischia seriamente di mettere in ginocchio un’Italia già piegata.

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Adolescenti transgender, quasi nessuno torna indietro nella scelta https://stage.italianinews.com/2022/06/18/adolescenti-transgender-quasi-nessuno-torna-indietro-nella-scelta/ https://stage.italianinews.com/2022/06/18/adolescenti-transgender-quasi-nessuno-torna-indietro-nella-scelta/#respond Sat, 18 Jun 2022 19:21:40 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/06/18/adolescenti-transgender-quasi-nessuno-torna-indietro-nella-scelta/ Oltre il 60% compie la transizione da corpo femminile a corpo maschile e quasi nessuno si pente della propria scelta

Vivere una vita normale e avere dei figli si può anche con la conservazione dei gameti

ROMA – Non solo transgender in queste giornate di Pride, in cui l’orgoglio LGBTQIA+ si erge in tutta la sua forza, è bene fare un passo indietro e ricordare cosa implica la sigla LGBTQIA+: si tratta di una sigla che sta a indicare i membri di una comunità che non si riconoscono nell’etichetta “classica”, cioè con il loro sesso biologico e/o non sono eterosessuali.

La sigla sta per Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender (o Transessuali), Queer, Intersessuali e Asessuali, il + serve a indicare tutti coloro che fanno parte della comunità ma non sono stati inseriti nella sigla.

Recentemente è stata anche inserita nella famosa enciclopedia Treccani.

Designa tutte le persone che per orientamento sessuale, identità e/o espressione di genere, caratteristiche anatomiche non aderiscono agli standard del binarismo cisessuale e dell’eterosessualità.

Una delle “lettere” più stigmatizzate è la T, i transessuali sono spesso giudicati malamente e non appieno compresi, c’è ancora tanta confusione su cosa significa MtF o FtM e disforia di genere.

«In termini medici si chiama disforia di genere, in pratica è uno stato di incertezza sull’identità sessuale, relativa all’identificazione rispetto al genere, spesso doloroso e marginalizzante»spiega Piernicola Garofalo, endocrinologo dell’età evolutiva e componente in Sicilia del Tavolo regionale per la Medicina di genere durante la presentazione dei risultati preliminari dello “Studio sullo stato di salute della popolazione transgender adulta in Italia” dell’Istituto superiore di Sanità in collaborazione con centri clinici distribuiti sul territorio nazionale e associazioni/collettivi transgender.

«Si tratta di una condizione che sempre più va assumendo i connotati di una “non malattia” in senso tradizionale- prosegue l’endocrinologo- infatti non sappiamo perché viene, né abbiamo una terapia specifica per curarla. Abbiamo però certamente gli strumenti per riconoscerla e supportarla».

La disforia di genere è un “disagio soggettivo espresso fin dalla prima infanzia”, possibile da diagnosticare solo tramite valutazioni psicologiche.

«Sia il percorso diagnostico sia quello terapeutico sono rigidamente validati- spiega l’esperto- e richiedono almeno due o tre anni per un corretto completamento».

Chi può riguardare la disforia di genere?

«Ragazzi o ragazze di qualsiasi livello socio-economico, cresciuti bene in ambienti familiari “normali”, culturalmente validi, sensibili, ma decisi ad intraprendere un cammino di identificazione che hanno atteso da tempo».

Questo comporta difficoltà relazionali e «un nuovo ruolo da ridisegnarsi addosso e poi un lungo percorso di transizione/affermazione di genere, ormonale e chirurgica che segnerà per sempre lo strappo con il corpo di prima».

Pochi anni fa, la tendenza vedeva scegliere il percorso di transizione principalmente da persone nate biologicamente maschi, mentre adesso sembra essere vero il contrario.

«Oggi c’è una netta inversione di tendenza- dice Garofalo – circa due terzi dei giovani transgender sono di sesso biologico femminile alla nascita. La percentuale di adolescenti post puberi, in percorso trans, che cambia idea è molto bassa, intorno al 2-4%». una percentuale assolutamente insignificante quindi.

Diverse persone transgender preferiscono una riassegnazione fenotipica, cioè una transizione chirurgica, non completa.

«Alcuni scelgono di conservare i gameti (spermatozoi, ovociti) prima della transizione ormonale e/o chirurgica per una futura riproduzione in vitro. I transgender hanno usualmente una vita di coppia stabile, da eterosessuali» parla l’endocrinologo.

Cosa si sente di dire ai ragazzi o alle ragazze che vogliono intraprendere questo percorso e ai loro genitori?

«Ai giovani voglio dire di non ghettizzarsi, di non usare la loro condizione come disabilitante, ma di vivere pienamente il loro nuovo ruolo- aggiunge ancora l’endocrinologo- mentre ai genitori di non osteggiare a priori e non alzare muri, piuttosto di provare a capire e discutere con delicatezza»

«A coloro che hanno la responsabilità della salute dei giovani – conclude parlando ai pediatri  – raccomando un aggiornamento continuo e la capacità di fare rete con i centri specifici ormai presenti in diverse realtà sanitarie».

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Ricette naturali e tradizioni millenarie: la Foresta Amazzonica è una farmacia a cielo aperto contro il Covid-19 https://stage.italianinews.com/2022/06/16/ricette-naturali-e-tradizioni-millenarie-la-foresta-amazzonica-e-una-farmacia-a-cielo-aperto-contro-il-covid-19/ https://stage.italianinews.com/2022/06/16/ricette-naturali-e-tradizioni-millenarie-la-foresta-amazzonica-e-una-farmacia-a-cielo-aperto-contro-il-covid-19/#respond Thu, 16 Jun 2022 07:48:53 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/06/16/ricette-naturali-e-tradizioni-millenarie-la-foresta-amazzonica-e-una-farmacia-a-cielo-aperto-contro-il-covid-19/ Alcune popolazioni non hanno potuto ricevere le cure mediche dopo aver contratto il Covid-19, la loro casa e foresta, la foresta Amazzonica, le ha salvate.

Le popolazioni dell’Amazzonia hanno gestito la pandemia con rimedi naturali della propria zona

ROMA – In Italia e nel mondo, il vaccino e le cure per il Covid-19 sono state osteggiate e criticate aspramente, eppure hanno salvato migliaia di vite e dato una spinta considerevole all’attuale situazione di relativa calma e tranquillità in cui il mondo occidentale si trova oggi.

Non è questa la sede per parlare di vaccino o non vaccini, di cure sperimentali e qualsiasi altra facezia di cui ci si riempie la bocca ultimamente senza esserne competenti, è però bene portare alla luce che alcune popolazioni dell’Amazzonia non hanno potuto, causa isolamento e condizioni mediche, ricevere le cure per questo virus, ma loro non ne hanno avuto bisogno e hanno recuperato dalla più grande foresta del mondo, la Foresta Amazzonica, i principi naturali di cui avevano bisogno per guarire.

L’iniziativa per preservare la farmacia naturale della Foresta Amazzonica

Ne ha parlato Nemo Andi Guiquita, a capo della divisione Donne e salute della Confederacion de las Nacionalidades Indigenas de la Amazonia Ecuatoriana (Confeniae), branca amazzonica della più importante organizzazione di rappresentanza dei popoli originari dell’Ecuador, uno degli enti organizzatori dell’iniziativa per preservare la Foresta Amazzonica e le ancestrali conoscenze che contiene. 

«Un’immensa farmacia che ha contribuito a salvaguardare molte vite in aree che “sono state le ultime a essere assistite dai governi – ha detto all’agenzia DIRE Guiquita –  Allo stesso tempo però, rafforzare la rete di connessione con le istituzioni, per poter rendere il loro lavoro nelle comunità più efficace» Un processo rivolto sia verso l’interno che l’esterno della foresta, la più grande del mondo, è stato quindi quello che ha segnato il primo incontro regionale degli agenti comunitari di salute dall’Amazzonia, chiamata  “Nuestro Territorio, Nuestra Salud”.

Questo incontro, durato per un totale di 48 ore, è stato organizzato anche dalla ong Hivos, la Pontificia Universidad Catolica del Ecuador, si è tenuto nei giorni scorsi nella sede dell’organizzazione a Puyo, nella provincia centrale di Pastaza, nel cuore della foresta dell’Ecuador, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e il ministero della Salute di Quito. I rappresentanti che hanno preso parte all’incontro provenivano da cinque Paesi del bacino amazzonico: oltre Ecuador anche Perù, Brasile, Colombia e Bolivia.

Una farmacia a cielo aperto praticamente infinita

«Vi hanno partecipato circa 70 delegati, che hanno condiviso esperienze e conoscenze come agenti di salute a partire da diversi ambiti: rapporto tra medicina tradizionale e convenzionale, processi formativi, uso della tecnologia, riconoscimento istituzionale», ci racconta Andi Guiguita, che è anche leader della comunità Waroani.  «Una delle necessità che è emersa è quella di organizzare una rete di relazioni più efficace con i rappresentanti istituzionali: l’agente di salute comunitario deve essere infatti un ponte fra le comunità e gli enti che rappresentano la medicina occidentale e lo Stato- afferma Guiguita. – Quello dei “promotores de salud comunitaria“, una figura che si dedica a facilitare l’accesso alle cure per le comunità, è un percorso centrale della Ruta de salud indigena amazzonica che Confeniae e Hivos, con altri, portano avanti per migliorare il sistema di cura nelle aree della foresta e che hanno dovuto rafforzare durante la pandemia».

«Siamo stati gli ultimi a essere assistiti dai governi in fatto di salute, di formazione e di assistenza umanitaria. Oltre a questo i rappresentanti dei vari Stati amazzonici non hanno messo un freno all’industria estrattiva di idrocarburi che tanti danni comporta alle nostre comunità – continua la dirigente,esprimendo un punto condiviso da più organizzazioni nel mondo. Un rapporto pubblicato dalla Coalicion contra la pandemia minera, una coalizione internazionale di associazioni, ha scoperto ed evidenziato che almeno nove governi dell’America Latina, di cui quattro amazzonici hanno approfittato della pandemia per incrementare le attività estrattive e per metterle al centro dei programmi di ripresa post crisi sanitaria. 

«L’incontro che abbiamo organizzato a Puyo ci è servito anche a fare un punto sui sistemi di auto governo e di auto organizzazione che si sono resi necessari durante la pandemia e che di fatto ci hanno permesso di gestirne la fase più critica».

L’elemento centrale di un approccio di questo tipo è stato sicuramente l’insieme di conoscenza medica tradizionale tramandata per secoli dai nativi dell’Amazzonia e della loro profonda conoscenza delle piante e radici officinali che rendono l’Amazzonia una farmacia a cielo aperto.

«L’utilizzo di questi rimedi, che ci viene trasmesso dai nostri saggi, ha dato riscontro positivo nel trattamento di diversi sintomi del Covid-19, salvando molte vite».

Durante queste 48 ore, i partecipanti all’incontro hanno potuto visitare l’orto della Confeniae, un’iniziativa promossa dalle attiviste dell’organizzazione nell’ambito della Ruta de salud indigena per la conservazione delle piante medicinali.

Questi incontri hanno portato a nuove consapevolezze che sono servite per mettere le basi per una serie di future iniziative, come dice anche la dirigente della Confederazione dei popoli originari. 

«Abbiamo gettato le basi per delle iniziative informate dalla solidarietà, l’unione, il ruolo delle donne native. Nello specifico dei piani di salute preventiva e di cura da implementare attraverso le politiche pubbliche e dei programmi per tutelare e promuovere le conoscenze ancestrali. Stiamo anche promuovendo e cercando un finanziamento per il Centro de Investigación de Medicina Ancestral, che abbiamo costruito nella sede di Confeniae».

La Foresta Amazzonica sta scomparendo

Come è ormai risaputo, la Foresta Amazzonica è il polmone del mondo, sparita lei, perderemmo circa il 20% di tutto l’ossigeno del mondo (anche se la percentuale è dubbia, rimane comunque tanto, tantissimo ossigeno), è la foresta più estesa del mondo con circa 5,5 milioni di kmq, pari a circa 18 volte l’Italia, ha uno degli ecosistemi più vasti e più fragili del mondo con circa 16mila specie di piante e circa 390 miliardi di alberi, è talmente estesa che, da sola, la Foresta Amazzonica costituisce circa la metà di tutte le foreste pluviali ancora esistenti sulla Terra e ora è una farmacia per la più grave epidemia che il nuovo millennio abbia (finora) visto. 

Eppure, questo non sembra essere importante.

La sua deforestazione è partita ormai 80 anni fa, durante gli anni ‘40 e nel 2017 risultava che risultava che più del 20% dell’intera superficie forestale fosse stata disboscata.

Le cause?

L’allevamento intensivo e l’agricoltura in gran parte. 

Quello che ormai di sta ripetendo da anni è confermato: siamo troppi su questo pianete e se l’unico modo per sfamare l’essere umano (e nemmeno tutti, tra l’altro), è distruggere e annichilire le risorse umane, abbiamo davvero, davvero sbagliato qualcosa.

Forse questa nuova iniziativa potrà aiutare questo gigante verde a prendere un po’ di respiro e ad essere più protetta da tutti coloro che la vivono giornalmente e che dipendono totalmente da lei.

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Il 28% della terra coltivata persa in 25 anni: è allarme in Italia https://stage.italianinews.com/2022/06/13/28-della-terra-coltivata-persa-in-25-anni-e-allarme-in-italia/ https://stage.italianinews.com/2022/06/13/28-della-terra-coltivata-persa-in-25-anni-e-allarme-in-italia/#respond Mon, 13 Jun 2022 11:48:14 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/06/13/28-della-terra-coltivata-persa-in-25-anni-e-allarme-in-italia/ Poche campagne significa un rischio per la sicurezza ambientale e alimentare del Paese: allarme della Coldiretti

Rischi idrogeologi per il 94% dei comuni italiani

ROMA – In solo un quarto di secolo, il tempo di far diventare adulta una sola generazione, l’Italia ha perso il 28% del terreno coltivato,più di 1 campo agricolo du 4, la causa: secondo una ricerca della Coldiretti potrebbe essere in seguito a un modello di sviluppo sbagliato.  più di un terreno agricolo su quattro seguendo un modello di sviluppo sbagliato, in un momento storico come questo segnato dalla guerra in Ucraina che ha portato pesanti conseguenze sulle forniture alimentari facendo impennare i prezzi (e colpendo direttamente le tasche semivuote degli italiani), viene da chiedersi quanto utilizzare correttamente questo 28% avrebbe potuto prevenire o impedire questo caro cibo.

400 milioni di chili di prodotti agricoli persi in 10 anni.

In Italia la superficie agricola utilizzabile si è già ridotta ad appena 12,8 milioni di ettari a causa dell’abbandono e della cementificazione con la copertura artificiale di suolo coltivato che ha toccato la velocità di due metri quadri al secondo e la perdita di oltre 400 milioni di chili di prodotti agricoli in un decennio, un problema enorme per un Paese che deve ancora colmare il pesante deficit produttivo in molti settori importanti dalla carne al latte, dai cereali fino alle colture proteiche necessarie per l’alimentazione degli animali negli allevamenti.

Per riuscire a sfamare chi vive sul suolo italiano, l’Italia deve per forza importare il 64% del grano per il pane, il 44% di quello necessario per la pasta, ma anche il 16% del latte consumato, il 49% della carne bovina e il 38% di quella di maiale, in più la coltivazione di soia e mais necessari per l’alimentazione degli animali in allevamento copre rispettivamente appena il 53% e il 27% del fabbisogno italiano, questo secondo l’analisi del Centro Studi Divulga.

Insomma, siamo un popolo che non è autosufficiente e che, se lasciato a se stesso, correrebbe davvero il rischio di morire di fame.

Rischi idrogeologici creati dalla cementificazione

Il problema di perdere campi coltivati non è solo per gli approvvigionamenti alimentari, dal 2012 ad oggi il suolo cementificato non ha potuto garantire l’assorbimento di oltre 360 milioni di metri cubi di acqua piovana che ora scorrono in superficie aumentando la pericolosità idraulica dei territori con danni e vittime.

Questa situazione, già di per sè piuttosto grave, viene aggravata ulteriormente dai cambiamenti climatici che fanno registrare numerosi eventi climatici estremi: 6 al giorno nell’ultimo anno, caratterizzati da periodi infiniti di caldo torrido e siccità alternati a precipitazioni violente che causano allagamenti e catastrofi, distruggendo colture già penalizzate dall’eccessivo caldo e dalla precedente siccità; in Italia il 94% dei comuni è a rischio idrogeologico, secondo l’analisi Coldiretti su dati Ispra.

«Per proteggere la terra e i cittadini che vi vivono, l’Italia deve difendere il patrimonio agricolo e la disponibilità di terra fertile puntando a una forma di sovranità alimentare con i progetti del Pnrr- afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini – occorre anche accelerare sull’approvazione della legge sul consumo di suolo che potrebbe dotare l’Italia di uno strumento all’avanguardia per la protezione del suo territorio».

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Emergenza climatica e lavoro flessibile: ecco le priorità per Millennial e Generazione Z https://stage.italianinews.com/2022/06/10/emergenza-climatica-e-lavoro-flessibile-ecco-le-priorita-per-millennial-e-generazione-z/ https://stage.italianinews.com/2022/06/10/emergenza-climatica-e-lavoro-flessibile-ecco-le-priorita-per-millennial-e-generazione-z/#respond Fri, 10 Jun 2022 12:48:33 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/06/10/emergenza-climatica-e-lavoro-flessibile-ecco-le-priorita-per-millennial-e-generazione-z/ In Italia sono stati intervistati più di 800 ragazzi tra i 19 e i 39 anni: la sfida maggiore per la metà di loro è il cambiamento climatico.

3 sono le cose che preoccupano maggiormente i ragazzi e gli adulti della GenZ e della generazione Millennial.

ROMA – 3 sono le cose che preoccupano maggiormente i ragazzi e gli adulti della GenZ e della generazione Millennial.

Questa ricerca è stata condotta su un campione globale di circa 23mila ragazzi appartenenti alla Generazione Z, cioè coloro che sono nati tra il 1995  e il 2003, e ai Milennial, cioè gli adulti nati tra il 1983 e il 1994. 

Tra questi 23mila ragazzi intervistati in giro per il globo, circa 800 sono italiani.

«I giovani italiani si dimostrano più attenti al cambiamento climatico rispetto alla media globale. Il dato, in continuità rispetto all’edizione precedente, fa emergere una sensibilità che istituzioni e imprese italiane devono recepire e trasformare in proposte di sostenibilità concrete e credibili- afferma Fabio Pompei, il ceo di Deloitte italia, azienda che ha condotto lo studio “Millennial e GenZ Survey 2022” , commentando i risultati della ricerca- Un altro dato molto interessante, e che conferma la capacità della nostra ricerca di fotografare l’attualità, è la preoccupazione crescente dei giovani sul carovita: una tendenza inevitabilmente legata alla ondata inflazionistica che stiamo vivendo a causa della pandemia e della guerra in corso in Ucraina. I giovani sono i primi a risentire dell’aumento dei prezzi e, non a caso, anche quest’anno la paura di rimanere disoccupati è tra le tre prime preoccupazioni sia per i Millennial che per i GenZ intervistati in Italia».

Il cambiamento climatico è in cima alla lista delle preoccupazioni dei ragazzi italiani.

Confermato il trend della precedente ricerca: i giovani italiani si rivelano essere sensibili al cambiamento climatico.

Sono stati intervistati chiedendo loro quali sono le 5 grandi sfide del presente secondo loro e il 42% della GenZ italiana e il 37% dei Millennial il cambiamento climatico è la sfida più importante da affrontare. Inoltre, dalla ricerca emerge che l’80% della GenZ e il 76% dei Millennial italiani pensa che siamo vicini al “punto di non ritorno” nella risposta al cambiamento climatico, condannando inevitabilmente il mondo alla fine, questa paura è anche evidenziata dai numeri: 72% della GenZ e il 77% dei Millennial afferma di aver sperimentato di persona almeno un evento meteorologico grave negli ultimi 12 mesi, un’eco-ansia che si diffonde a macchia d’olio, tanto per rimanere in tema. 

I giovani italiani però non sembrano essere disposti a piangersi addosso: per rispondere alla sfida ambientale in maniera attiva prima che sia troppo tardi, GenZ e Millennial italiani sono disposti a cambiare le proprie abitudini: gli intervistati italiani che si dimostrano disposti a “fare uno sforzo per proteggere l’ambiente” hanno raggiunto cifre altissime con il 95% dei Millennial e al 96% della GenZ, contro a un elevato, ma più modesto, 90% globale. 

Il mondo teme l’inflazione e il carovita, con pensioni assenti ormai diventati miraggio

l’Italia si preoccupa dell’ambiente, mentre il resto del mondo è spaventato per l’inflazione e il carovita, uest’ultima indicata come prima preoccupazione dal 29% della GenZ e dal 36% dei Millennial. 

Il costo della vita è un tema scottante, sempre presente, spaventoso e inconciliabile con i desideri dei giovani (in realtà di chiunque). Il 29% della GenZ e il 36% dei Millennial dichiarano essere questa la loro paura più grande, infatti tra i ragazzi e le ragazze delle nuove generazioni, solo circa un quarto della GenZ (25%) e il 21% dei Millennial afferma di poter pagare senza problemi le proprie spese e quasi la metà degli intervistati vive faticando ad arrivare a fine mese e impossibilitato a mettere via qualsiasi forma di risparmio, rendendo così impossibile pensare a piani finanziari futuri come un mutuo, degli investimenti, assicurazione sulla vita o anche solo un fondo pensionistico, indispensabile per sperare di arrivare alla vecchiaia senza pensare di dover morire lavorando. I giovani sono quasi rassegnati all’idea di lavorare per tutta la vita: a livello globale solo il 41% della GenZ e dei Millennial è convinto che riuscirà ad andare in pensione e a essere tranquillo finanziariamente. In Italia i numeri sono anche più critici: solo il 28% della GenZ e il 30% dei Millennial è ottimista sulle proprie prospettive previdenziali (facciamoci due domande perché proprio l’Italia sia così critica in questa situazione).

Tanta rassegnazione ma anche tanta voglia di lottare: great resignation, grandi dimissioni, un fenomeno in crescita. 

In questa testata è già stato affrontato il tema delle “grandi dimissioni” tanto in voga (e per un motivo ben preciso) ultimamente, di seguito il link dell’articolo di Virginia Destefano al riguardo.

Cosa sono e a cosa sono dovute queste fantomatiche “grandi dimissioni”? Nel corso degli ultimi due anni in cui la pandemia ha regnato sovrana, il lavoro ha subito diverse modifiche, la più importante si può dire essere quella dello smart working o lavoro intelligente. Premessa, in Italia questo termine viene spesso usato in maniera impropria: lo smart working infatti per essere chiamato tale dovrebbe comprendere il lavoro per obiettivo, privo di vincoli di orari e giorni di lavoro, viene usato quindi come sinonimo del telelavoro, il quale consiste nello svolgere le stesse funzioni che si svolgono in ufficio e con gli stessi orari, ma a casa propria.

In ogni caso, questo esperimento nato per necessità si è rivelato essere il tassello mancante per spingere migliaia di giovani a dimettersi: la pandemia ha fatto riscoprire l’importanza del tempo libero e della salute mentale, cosa che spesso si trova nello smart working (o meglio, telelavoro), sono infatti miglaiai gli impiegati che si sono licenziati dopo aver sentito che la loro azienda li avrebbe voluti di nuovo full time in presenza. Ad oggi, quasi la metà della GenZ e dei Millennial italiani lavora quasi sempre in ufficio, ma la maggior parte (67% GenZ e 63% Millennial) preferirebbe un modello di lavoro ibrido, in cui si garantisca una maggiore flessibilità.

Non solo smart working, in Italia i fattori che contano di più per le generazioni Millennial e GenZ sono il work life balance e le opportunità di apprendimento e di crescita, soprattutto per i Millennial: per il 36% di loro, infatti, trovare un ambiente di lavoro che garantisca un bilanciamento adeguato tra vita lavorativa e tempo libero è il primo fattore di scelta quando si cerca un nuovo impiego

«Come ogni anno, i dati della Millennial e GenZ survey sono estremamente interessanti e ci aiutano a capire i trend che si stanno affermando tra i giovani- racconta Stefania Papa, People and Purpose Leader di Deloitte Italia- i numeri che riguardano l’attenzione alla salute mentale e al work life balance sono particolarmente rilevanti. È importante per le aziende tenere conto di queste esigenze, anche in ottica di attrattività dei talenti. Le aspettativa dei Millennial e GenZ sono molto diverse da quelle delle generazioni precedenti e le aziende devono imparare a tenere conto di questo grande cambiamento in corso: il benessere e la flessibilità, insieme alle opportunità di crescita, sono infatti diventate sempre più importanti nella scelta del proprio lavoro».

Gli imprenditori si dovranno adattare e assumere persone, non schiavi

Questa nuova presa di consapevolezza sta causando non pochi problemi alle aziende e ai sedicenti imprenditori: tanti sono coloro che non trovano personale per la loro impresa, accusando il Reddito di Cittadinanza e incolpando i giovani di preferire rimanere a casa sul divano invece di impegnarsi.

Insomma, sembra che il famoso Reddito di Cittadinanza sia un problema, ma è davvero così?

Il Reddito può essere richiesto da coloro che hanno un ISEE inferiore a 9.360€, il che è difficilmente raggiungibile se vivi coi genitori (e in quel caso sarebbero loro a ricevere il Reddito di Cittadinanza, non il ragazzo in questione), quindi parliamo di giovani che vivono da soli. La cifra mensile si aggira intorno ai 500€ e, nei casi limite, 780€ (una cifra che è praticamente impossibile raggiungere), a cui bisogna quindi togliere affitto, bollette, cibo come minimo, è davvero possibile vivere bene quindi con 500€ al mese al punto da rinunciare a uno stipendio ben più alto pur di non lavorare?

La verità è che se un imprenditore non riesce a competere con 500€ al mese di sussidio dovrebbe farsi due domande su quanto davvero paga e su come tratta i suoi dipendenti.

Eclatanti sono gli esempi e le polemiche che si sono alzati nell’ambiente della ristorazione e degli impianti balneari al mare: imprenditori che si lamentano che i giovani non hanno voglia di fare nulla e che loro pagano bene, quando poi nella realtà emerge che non offrono giorno di riposo, turni da 12-16 ore, stipendi buoni in busta che poi devono essere restituiti in gran parte all’imprenditore.

Forse, e solo forse, questi sedicenti imprenditori dovrebbero imparare che il periodo della schiavitù è finito e che i giovani vogliono lavorare per vivere, non vivere per lavorare. Inutile pretendere di avere gli stessi sfarzi di 30 anni fa se per raggiungerli pesti i tuoi dipendenti.

Se fosse vero che non riescono a trovare dipendenti, gli imprenditori potrebbero andare nelle agenzie del lavoro e chiedere che vengano mandati loro i percettori del Reddito di Cittadinanza e chi si rifiuta perderebbe il diritto al reddito, ma per farlo è necessario avere un contratto di lavoro a norma in cui vengono segnate ore, mansioni, giorni di riposo e, soprattutto, lo stipendio, quindi perché sono pochissimi gli imprenditori che lo fanno? Non è che forse non vogliono avere dipendenti con contratti regolari e preferiscono lamentarsi della pigrizia dei giovani invece di parlare della loro incompetenza?
Ai posteri l’ardua sentenza. 

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Il riciclo delle bioplastiche raggiunge il 61% degli italiani https://stage.italianinews.com/2022/06/04/il-riciclo-delle-bioplastiche-raggiunge-il-61-degli-italiani/ https://stage.italianinews.com/2022/06/04/il-riciclo-delle-bioplastiche-raggiunge-il-61-degli-italiani/#respond Sat, 04 Jun 2022 12:48:00 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/06/04/il-riciclo-delle-bioplastiche-raggiunge-il-61-degli-italiani/ Nel 2021 il consorzio Biorepack segnala 38.400 tonnellate di imballaggi di plastica che sono state riciclate, si parla di quasi il 52% dei pack immessi nel mercato nello stesso anno. 

Un dato confortante se si pensa che nel mondo solo il 9% della plastica viene riciclato.

Biorepack, consorzio nazionale per il riciclo organico degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile, ha visto le imprese consorziate passare da 6 a 202 in un solo anno, una cifra che ha dell’incredibile, specie se sommati ai 330 organismi convenzionati per un totale di 3.706 comuni e 36 milioni di persone servite, un numero che è facilmente riconducibile al 61% della popolazione italiana. Per dirla in parole semplici, il 61% degli italiani fa la raccolta differenziata. Un numero importante e quasi commovente, specie se consideriamo che solo nel 2020 la percentuale era sotto al 50% con 48,7 punti percentuali di italiani coinvolti nel riciclaggio. 

Questo nuovo circolo virtuoso ha portato a 38.400 tonnellate di imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile riciclate organicamente, pari al 51,9% degli imballaggi immessi sul mercato nello stesso periodo (74.000 tonnellate) e, sempre nel corso del 2021, sono stati riconosciuti corrispettivi economici ai convenzionati pari a 7,5 milioni di €, raggiungendo il più alto numero mai rilevato dal consorzio. 

«Questi numeri, dopo appena un anno dalla nascita di Biorepack – ha commentato Versari – dimostrano quanto sia stato importante aver creato questo nuovo consorzio all’interno del sistema Conai per garantire un trattamento corretto all’innovativo comparto delle bioplastiche compostabili. In particolare, va salutato con soddisfazione il fatto che il dato sulla quantità di imballaggi riciclati rispetto all’immesso al consumo sia già oggi superiore rispetto all’obiettivo minimo di legge previsto per il 2025 (pari al 50%) e assai vicino a quel 55% fissato per il 2030» ha spiegato Marco Versari, presidente di Biorepack, i durante l’assemblea dei consorziati tenutasi il 30 maggio a Milano.

 

«Ricordo – ha proseguito Versari – che l’Allegato Tecnico con Conai e con l’Anci che ha dato il via ufficiale alla possibilità di consorziarsi con Biorepack è stato firmato solo il 20 ottobre 2021. Segno tangibile di quanto il nostro consorzio venga percepito come un valido alleato nella gestione di questi materiali post-consumo, garantendo importanti risorse economiche ai Comuni e ai soggetti da loro delegati per la raccolta differenziata».

Il focus sui 330 organismi convenzionati mostra che 209 sono rappresentati da Comuni, 102 sono soggetti gestori deputati alla raccolta dell’umido urbano, 10 sono enti di governo del servizio rifiuti e 9 sono gestori di impianti di trasferenza o di riciclo organico.

I comuni coperti da Biorepack

La distribuzione territoriale dei comuni coperti dalle convenzioni di Biorepack sono il 79% al nord-est, 50% nel nord-ovest e 49% nel centro.

Il sud e le isole sono rimaste significamente più indietro con una copertura pari 29% nel sud e 14% nelle isole.

«Auspichiamo – ha concluso Versari – che i comuni e i soggetti da loro delegati alla raccolta rifiuti nelle regioni del Mezzogiorno colmino rapidamente questo divario. Convenzionarsi significa infatti poter accedere a risorse economiche che si rivelano cruciali, soprattutto per le realtà territoriali di medio-piccole dimensioni. E sono uno stimolo ad effettuare nel migliore dei modi la raccolta differenziata della frazione umida, essenziale anche in chiave ambientale».

Il resto del mondo

Rispetto all’inizio del millennio, il mondo intero sta producendo il doppio dei rifiuti in plastica e la maggior parte non viene riciclata, finendo in mare, in discarica o venendo addirittura bruciata.

Nel mondo solo nel 2019 sono state realizzate 460 milioni di tonnellate e 353 milioni sono diventati rifiuti.

Secondo un report dell’OCSE, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico «solo 9% dei rifiuti di plastica sono stati riciclati in fine, mentre 19% sono stati inceneriti e circa 50% sono finiti in discariche controllate. Il restante 22% è stato abbandonato in discariche selvagge, bruciato a cielo aperto o gettato nell’ambiente».

Un danno ambientale terribile in un contesto storico in cui i cambiamenti ambientali non sono solo un’ipotesi, una possibilità, ma una solida realtà con cui a brevissimo dovremmo fare i conti e che sta già mostrando i suoi terribili effetti che vanno oltre allo scioglimento dei ghiacciai e alle estati sempre più secche e torride.

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A Bologna nasce un cimitero per tutte le fedi https://stage.italianinews.com/2022/06/03/a-bologna-nasce-un-cimitero-per-tutte-le-fedi/ https://stage.italianinews.com/2022/06/03/a-bologna-nasce-un-cimitero-per-tutte-le-fedi/#respond Fri, 03 Jun 2022 11:48:46 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/06/03/a-bologna-nasce-un-cimitero-per-tutte-le-fedi/ Un luogo di riposo senza alcune differenze

Parla la vicesindaca di Ozzano dell’Emilia, questo sarà un luogo per seppellire, piangere e ricordare persone di tutte le confessioni

Bologna – È emiliano il progetto del cimitero interreligioso, più precisamente di San Pietro a Ozzano dell’Emilia. Un cimitero “unico nel suo genere” per cui non esistono ancora regolamenti.

«Siamo un po’ dei pionieri» ha dichiarato la vice sindaca di Ozzano Mariangela Corrado.

Il progetto coinvolge la riconversione di un cimitero quasi inutilizzato dagli anni ‘90

In questi giorni si sta cercando un luogo in cui far nascere quest’idea di un cimitero religioso e l’amministrazione pensa a un luogo perfetto: il cimitero di San Pietro.

«Abbiamo la consapevolezza di avere nel nostro Comune un luogo pubblico inutilizzato, cioè il cimitero di San Pietro – afferma Corrado – che invece è uno spazio molto prezioso anche solo in termini di testimonianza, c’è ancora molto affetto per questo luogo anche se non è più utilizzato come cimitero dagli inizi degli anni Novanta.» il cimitero quindi è praticamente dismesso, anche se non lo è ancora ufficialmente.

Il comune di Ozzano vuole quindi «mettere a valore questo bene e siamo contenti che la proposta del progetto interreligioso sia stata avanzata e accolta nell’ambito di un percorso partecipativo. Sicuramente è un contenitore prezioso se questa progettualità è condivisa – continua Corrado – tanto più dalle persone che abitano lì vicino perché questo è senz’altro un percorso che ha delle difficoltà e delle particolarità, basti solo pensare che non ci sono regolamenti e siamo un po’ pionieri».

La vicesindaca continua e aggiunge di come il cimitero non sia l’unica idea proposta per il recupero dell’area:

«il fatto di essere un progetto sostenuto dalla cittadinanza è per noi di grande aiuto, anche perché dovrà essere sviluppato insieme ad altre proposte emerse dal percorso partecipativo: ad esempio c’è chi ha proposto di recuperare l’area come orto botanico per mantenere comunque una funzione pubblica e le due cose non sono inconciliabili, l’una non esclude l’altra».

Il comune limitrofo di Pianoro fa da apripista

A pochi km da Bologna (e a circa 20 minuti di macchina), troviamo il piccolo comune di Pianoro, una cittadina di circa 17mila persone che però può essere presa in esempio grazie a una sua frazione: Casola Canina, il cui cimitero dismesso affianca il progetto portato avanti dalla vicesindaca Corrado e dalla sua amministrazione.

Il cimitero di Casola Canina è infatti meglio conservato nonostante sia stato ufficialmente dismesso da tempo, quindi «Pianoro forse avrà un elemento di maggiore riconoscibilità ma probabilmente la ricaduta attuativa del progetto sarà su Ozzano. Inoltre, c’è l’intenzione di creare dei collegamenti tra i due cimiteri, con un sentiero dotato di punti di sosta» costituiti da panchine e pannelli religiosi. Le religioni contemplate sono già molto numerose: ebraismo, protestanti, religioni orientali e comunità islamiche.

Quindi Ozzano e Pianoro potrebbero vedere presto un cimitero adatto a tutte le confessioni, tutte le religioni e tutte le persone.

«Anche noi siamo molto curiosi di cominciare a vedere come dall’idea si possa arrivare ad una proposta concreta», afferma Corrado, ben consapevole del valore simbolico del cimitero, troppo piccolo per fare davvero la differenza.

Al momento, non c’è ancora una stima dei costi. «Dobbiamo acquisire anche una consapevolezza dei lavori da fare – spiega Corrado – perché sicuramente bisognerà fare delle operazioni di ripristino, una parte della muratura è crollata quindi l’area va messa in sicurezza. Intanto, però, abbiamo già verificato che possono essere attivati dei canali di finanziamento, quindi quando avremo una proposta progettuale ci muoveremo per cercare risorse pubbliche e non solo».

Un’evoluzione religiosa tutta emiliana

Questo cimitero rappresenta un’evoluzione nel modo di gestire la morte anche per i non atei.

È piuttosto famosa la statua realizzata per una donna cattolica e suo marito protestante: impossibilitati a stare insieme nella morte, divisi per la loro religione, hanno trovato un minimo di conforto con una statua che rappresenta loro due tenersi per mano oltre al muro del cimitero. Certo, questo esempio è un po’ al limite, ma di sicuro nel corso degli anni queste differenze si sono sentite e hanno fatto soffrire molte persone, un cimitero del genere non è solo un luogo in cui persone di culto diverso possono stare vicino senza differenze, ma è anche uno spiraglio di un’apertura e inclusività di cui l’Italia sente bisogno.

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