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Leonardo Zampi – Italianinews https://stage.italianinews.com La voce degli italiani nel mondo Fri, 29 Nov 2024 20:31:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0 https://stage.italianinews.com/wp-content/uploads/2024/11/cropped-Logo-Italiani-news-def-copia@2x-32x32.png Leonardo Zampi – Italianinews https://stage.italianinews.com 32 32 Ritorno al 2007: ora è Meloni che vuole “tutelare l’italianità” di ITA (ex Alitalia) https://stage.italianinews.com/2022/08/11/ritorno-al-2007-ora-e-meloni-che-vuole-tutelare-litalianita-di-ita-ex-alitalia/ https://stage.italianinews.com/2022/08/11/ritorno-al-2007-ora-e-meloni-che-vuole-tutelare-litalianita-di-ita-ex-alitalia/#respond Thu, 11 Aug 2022 09:48:00 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/08/11/ritorno-al-2007-ora-e-meloni-che-vuole-tutelare-litalianita-di-ita-ex-alitalia/ Il governo Draghi vorrebbe accelerare la vendita di ITA Airways (ex Alitalia) a Lufthansa, ma questa ipotesi fa “letteralmente sobbalzare” Giorgia Meloni.

Fino ad oggi la salvaguardia dell’italianità di Alitalia ci è costata 13 miliardi di euro.

Correva l’anno 2007. Al governo c’era Romano Prodi, e tra i dossier che aveva sul tavolo c’era la vendita di Alitalia, la compagnia aerea di bandiera specializzata nel provocare voragini nelle casse dello Stato. Il “Professore” aveva trovato un accordo con Air France e Kml per una vendita al prezzo di poco meno di 2 miliardi di euro, ma purtroppo per lui – e per i conti pubblici – quello era periodo di elezioni; il centrodestra, tramite il suo candidato Premier era Silvio Berlusconi, s’indignò per la svendita allo straniero della flotta tricolore. Pretese e ottenne da Prodi di lasciare in sospeso la trattativa, lasciando che fosse il successivo governo – legittimato dal voto popolare – ad occuparsene.
Il resto è storia. Il popolo sovrano scelse (di nuovo) Silvio, e costui si impegnò a tutelare l’onor della Patria nel più italico dei modi: scaricando i costi sulla collettività e regalando i profitti ad una cordata di imprenditori amici del governante di turno. Alitalia fu divisa in due; da un lato la bad company, in cuifinirono tutti i debiti e la cassa integrazione dei dipendenti, coperti dai soldi pubblici (circa 3 miliardi di euro); dall’altro la parte buona (C.A.I., Compagnia Aerea Italiana), finita in mano ai celeberrimi “Capitani coraggiosi”: Benetton, Marcegaglia, Riva (quelli del’Ilva di Taranto), Tronchetti Provera, Colaninno.

Nonostante i cambi di nomi e di proprietari, tuttavia, la compagnia ha continuato a chiudere i bilanci in rosso, a far fuggire gli altri partner stranieri e a dilapidare i conti pubblici.

“Toccare il cielo della rinascita italiana” (sic!)

Oggi, alla vigilia di elezioni che – salvo miracoli – vedrà il popolo italiano rimandare al governo gli stessi soggetti che condussero il Paese sull’orlo della bancarotta nel 2011 (quando Napolitano fu costretto a chiamare Mario Monti ad un esecutivo tecnico per scongiurare l’arrivo della Troika), il tema della difesa di ITA Airways (questo l’ultimo nome di Alitalia) è tornato attualissimo.
Il governo Draghi sembra intenzionato a chiudere un accordo con la tedesca Lufthansa, che – per mezzo del suo AD – nei giorni scorsi aveva sollecitato l’esecutivo ad accelerare i tempi; ma, esattamente come nel 2007, è arrivato l’altolà della destra italiana.
Ed è un altolà ancora più “urlato” e deciso di allora, visto che ora a guidare l’armata dei patrioti c’è la donna-madre-cristiana Giorgia Meloni. Una che, su questi temi, ha le idee chiare: “Difesa dei nostri beni strategici e della nostra capacità produttiva dall’aggressione straniera” recita l’ultimo paragrafo del secondo punto programmatico di Fratelli d’Italia. E tra i “beni strategici”, per Giorgia, c’è anche la compagnia di bandiera: in una lettera aperta datata aprile 2021, ella chiosava (grassetti miei) affermando che

La sovranità prevista dalla Costituzione si compone di tanti tasselli, tra cui la libertà di volare autonomamente, proprietari dei propri interessi, capaci di salvaguardare una delle tradizioni aviatorie più prestigiose della storia moderna. Una mini compagnia non ci farà toccare il cielo della rinascita italiana

Difendere l’italianità (a spese dei contribuenti)

Per un’analisi-debunking dei contenuti di quella lettera mi limito a rimandare a questo articolo. Ciò che preme sottolineare in questa sede è un altro aspetto, cioè il carattere sfacciatamente corporativista del suo programma economico; carattere che si estende ben oltre la vicenda Alitalia, ovviamente.
Per Giorgia il compito dello Stato è la difesa dell’Italia(nità) così com’è. Le imprese italiane – soprattutto quelle piccole e piccolissime – vanno difese dalle “aggressioni straniere”, dalla concorrenza che è sleale per definizione. Lo ha ribadito in modo esplicito anche lo scorso 29 aprile, alla conferenza programmatica del partito:

Continueremo a difendere i nostri balneari, non accetteremo supinamente che 30mila aziende italiane vengano espropriate per calmare gli appetiti delle multinazionali straniere e il servilismo del governo italiano

Già, proprio quei balneari salvati svariate volte dai governi di ogni colore dall’applicazione della famigerata direttiva Bolkenstein, che solo ora – dopo una sentenza del Consiglio di Stato e l’approvazione del dl concorrenza del governo Draghi – sembravano poter essere finalmente applicata anche in Italia.
Ma l’avvento di Giorgia a Palazzo Chigi stravolgerà verosimilmente anche questo piccolo passo in avanti: Meloni vorrebbe addirittura creare un apposito Ministero del mare, “che possa mettere in relazione tutte le attività del mare, dalla pesca alla nautica, al turismo balneare”.

E pazienza se all’estero le concessioni vengono messe a gara, o i tassisti lavorano insieme ad Uber abbassando i costi del trasporto locale e migliorando l’efficienza del servizio; noi siamo l’Italia, e se all’estero non fanno come noi sono loro che sbagliano.

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La flat tax è un furto ai poveri? No, se l’aliquota è alta https://stage.italianinews.com/2022/08/10/la-flat-tax-e-un-furto-ai-poveri-no-se-laliquota-e-alta/ https://stage.italianinews.com/2022/08/10/la-flat-tax-e-un-furto-ai-poveri-no-se-laliquota-e-alta/#respond Wed, 10 Aug 2022 09:48:00 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/08/10/la-flat-tax-e-un-furto-ai-poveri-no-se-laliquota-e-alta/ La flat tax non è automaticamente un’ingiustizia verso i poveri: dipende dall’aliquota e da come la si finanzia

La campagna elettorale italiana procede spedita, e il “centro”-destra rispolvera un grande classico del suo repertorio: la flat tax

Flat tax: Si tratta di una proposta risalente già al 1994, anno della discesa in campo di Berlusconi, ma tornata prepotentemente di moda con la campagna elettorale di Salvini di cinque anni fa, quando il Capitano girava l’Italia con magliette che recitavano “Flat Tax al 15%: si può”. Di recente è tornato sul punto anche lo stesso Berlusconi, rilanciando l’aliquota unica al 23%.

Ma non ci sono solo i partiti ad aver riflettuto su questa proposta. L’Istituto Bruno Leoni, in un documento firmato da Nicola Rossi, ipotizzava uno sistema al 25% (qui il pdf).

Cos’è la Flat Tax

Si tratta di un sistema fiscale che prevede un’unica aliquota, in luogo di diversi scaglioni progressivi al crescere del reddito. In Italia, a dire il vero, un esempio di flat tax è già in vigore, ed è l’IRES, che prevede un’aliquota al 24%. Diversa invece la situazione dell’IRPEF, riformata dal governo Draghi e che attualmente prevede quattro scaglioni:

  • fino a 15.000 euro: aliquota del 23%
  • da 15.000 a 28.000 euro: aliquota del 25%
  • da 28.000 a 50.000 euro: aliquota del 35%
  • oltre 50.000: aliquota del 43%

In caso di introduzione della flat tax, questi scaglioni verrebbero quindi aboliti e tutti pagherebbero una stessa aliquota.

Un furto ai poveri?

Solitamente la flat tax trova la ferma opposizione dei partiti di sinistra, secondo i quali essa sarebbe una misura di cui beneficerebbero molto più i ricchi dei poveri; effettivamente, ad una prima occhiata, le fasce di reddito che attuamente pagano aliquote più alte (35% e 43%) avrebbero lo “sconto” maggiore, mentre meno benefici ci sarebbero per le fasce più povere. Tuttavia, si possono fare alcune considerazioni:

  1. Più alta è l’aliquota, più alta dovrebbe essere la soglia di tassazione, cioè la soglia di reddito entro la quale non si pagano tasse. Se attualmente tale soglia è poco più di 8000€ per i lavoratori dipendenti e 8500€ per i pensionati (5500€ per gli autonomi), ipotizzando – a mero titolo d’esempio – un’aliquota unica al 30%, la soglia di tassazione potrebbe alzarsi a 15.000€. Paradossalmente, dunque, è più un “furto ai poveri” un sistema fiscale con flat tax al 15% di uno al 30%; la difficoltà principale sta nel comunicarlo agli elettori
  2. Più alta è l’aliquota, minore sarà la necessità di tagliare la spesa. Se normalmente a proporre la flat tax sono coloro che vogliono alleggerire la pressione fiscale generale, è anche ovvio che minori entrate comportano la necessità di tagliare la spesa pubblica (a meno che, naturalmente, non siamo politici italiani: in quel caso si può sempre sostenere la tesi che si può fare tutto in deficit, tanto i tagli alle tasse si ripagano da soli con il boom economico generato negli anni successivi all’introduzione della flat tax).
    Ora, nel caso di un’aliquota unica “medio-alta” (ipotizziamo ancora il 30%) ci sarebbe pur sempre l’opzione di accorpare tasse già esistenti (IRPEF e IRES) e, soprattutto, di andare a disboscare la fittissima selva di tax expenditures, le agevolazioni fiscali che, nel 2016, ammontavano a 313 miliardi di euro. Eliminando anche solo una parte di esse si liberebbero risorse da destinare alla flat tax

Il problema della costituzionalità

Il sistema delle deduzioni sarebbe poi, secondo i sostenitori della flat tax, la chiave di volta per scongiurare il rischio di incostituzionalità. L’articolo 53 della Costituzione italiana, infatti, al secondo comma recita

Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

L’opzione sarebbe quella di riformare il TUIR; sul sito Informazione fiscale si ipotizza:

  • i nuclei familiari con reddito compreso tra 0 e 35.000 euro hanno diritto alla deduzione fissa di 3.000 euro per tutti i membri del nucleo familiare;
  • per redditi da 35.000 euro a 50.000 euro la deduzione è ammessa soltanto per i carichi familiari;
  • i redditi superiori ai 50.000 euro non hanno diritto ad alcuna deduzione.

Vantaggi della flat tax

Posto dunque che un’ipotetica flat tax “medio-alta” non sarebbe né ingiusta né incostituzionale, viene da chiedersi quali benefici potrebbe portare.

  1. Complessivamente si avrebbe una riduzione della pressione fiscale (quella italiana è attualmente tra le più alte al mondo)
  2. In conseguenza del punto 1, ci si può aspettare una diminuzione dell’evasione fiscale. È infatti appurato che, laddove la pressione fiscale è più bassa, l’evasione diminuisce, in quanto meno conveniente in termini di rapporto rischio-benefici
  3. Ci sarebbe una drastica semplificazione del fisco, di cui beneficerebbero sia i cittadini (dichiarazioni dei redditi molto più semplici) sia lo Stato.
  4. L’Italia diventerebbe maggiormente attrattiva per capitali esteri e non, il che è fondamentale per il buon andamento dell’economia.


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Lettera aperta del Gruppo Docenti A012 (Italiano e storia) Toscana – concorso ordinario 2020-2022 https://stage.italianinews.com/2022/08/08/lettera-aperta-del-gruppo-docenti-a012-italiano-e-storia-toscana-concorso-ordinario-2020-2022/ https://stage.italianinews.com/2022/08/08/lettera-aperta-del-gruppo-docenti-a012-italiano-e-storia-toscana-concorso-ordinario-2020-2022/#respond Mon, 08 Aug 2022 07:48:00 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/08/08/lettera-aperta-del-gruppo-docenti-a012-italiano-e-storia-toscana-concorso-ordinario-2020-2022/ Dopo una prova ultraselettiva, in Toscana si prosegue con la politica delle bocciature. Vi raccontiamo il nostro calvario estivo.

La situazione di cronica precarietà nella quale le lavoratrici e i lavoratori italiani sono immersi è ben nota. Come lavoratori della scuola, siamo esposti da tempo a questo stato di cose. Genitori, studenti e cittadini in genere, che abbiano avuto la minima esperienza del sistema negli ultimi anni, hanno potuto constatare direttamente la mancanza di stabilità nei percorsi formativi. Questa mancanza è dovuta alla disattenzione dei vari governi per la questione del reclutamento dei docenti. Al giorno d’oggi oltre 210mila insegnanti vivono nel precariato; in alcune province, la percentuale sfiora un terzo dell’organico totale. Tutto questo si ripercuote drammaticamente sulla qualità dell’offerta didattica. Non è raro che una classe debba cambiare insegnanti più volte nell’arco di un ciclo di studi. Quante volte, come genitori, avete affidato i vostri figli a figure che hanno fatto parte della loro vita per un anno, un mese, una settimana? Quale tipo di relazione educativa si può costruire tra insegnanti e studenti, tra colleghi che non sanno per certo quanto durerà il loro rapporto? Anche le istituzioni europee hanno segnalato la gravità della situazione italiana: già nel 2014 una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea ha invitato l’Italia a regolarizzare la posizione dei precari della scuola; altri richiami hanno fatto seguito. Eppure, anni dopo, con una pandemia nel mezzo, la situazione non è migliorata, nonostante l’avvio di procedure concorsuali che si sono rivelate tortuose e limitate.

Di queste procedure faceva parte il concorso ordinario per il reclutamento dei docenti della scuola secondaria di secondo grado (le scuole superiori, per intendersi), bandito nel 2020 e iniziato, dopo varie peripezie, nella primavera del 2022. Per gli insegnanti che hanno deciso di partecipare, sono stati due anni in cui sono cambiate più volte le modalità di svolgimento delle prove, due anni di lavoro nel contesto pandemico, due anni di preparazione, due anni di incertezze su un concorso che non arrivava mai. Infine, grazie al decreto Sostegni bis, il concorso ha trovato la sua forma definitiva: una prova scritta a risposta chiusa e un colloquio orale sulla progettazione di una attività didattica intorno a una tematica estratta 24 ore prima. Già le prove scritte erano salite agli onori della cronaca: test a crocette di carattere nozionistico, estremamente selettivi. A seconda delle varie discipline, e su diversi territori, i tassi di bocciatura sono stati elevatissimi, con punte del 90%. Il nostro è un gruppo di insegnanti di italiano e storia. La nostra classe di concorso (A012), a livello regionale, ha visto promossi solamente il 13,7% dei candidati (Partecipanti alla prova scritta: 1999; ammessi all’orale: 274 [dati Ufficio scolastico regionale della Toscana]). La selettività della prova scritta ha lasciato spazio a un ulteriore periodo di attesa per l’orale, che si presumeva basato sui principi che ispirano a tutti i livelli anche la nostra attività: la comprensione, l’ascolto, la disponibilità. Tanto ci aspettavamo da parte delle commissioni, che si sarebbero accertate di parlare con candidati preparati e professionali.

La commissione per la classe A012 in Toscana ha iniziato i colloqui lo scorso 22 luglio. Da subito si è capito che quanto stava succedendo non rispettava minimamente le nostre aspettative, e piegava la normativa ad interpretazioni quantomeno dubbie. Prima ancora dell’aspetto formale, siamo stati colpiti nell’immediato dal clima instaurato dalla commissione: atteggiamenti inquisitori, sufficienza, aggressività nei confronti dei candidati… Nel presentare il nostro lavoro, siamo stati invitati a una estrema brevità, a sorvolare su aspetti fondamentali riguardanti la cura della classe, mentre la commissione ascoltava con impazienza. L’eccesso di zelo nelle domande, spesso, non nascondeva altro che la volontà di mettere in difficoltà il candidato di turno.
A lavori ancora in corso, oltre un terzo dei candidati è già stato respinto, mentre nel resto d’Italia le percentuali di bocciatura, in media, sono prossime allo zero (Valle d’Aosta: 0% respinti; F. V. G.: 3,5%; Liguria: 3,3%; Marche: 9,5%; Umbria: 15,7%; Lazio: 6,3%; Sardegna: 0%; Abruzzo: 0%; Campania: 0%; Molise: 0%; Basilicata: 0%; Puglia: 0%; Sicilia: 1,6%. Dati degli Uffici scolastici regionali di nostra elaborazione; alcune regioni non hanno ancora terminato le prove orali).

La commissione ha squalificato sprezzantemente questa situazione eccezionale, invitando i candidati a rivolgersi al TAR, senza alcuna spiegazione. La discrepanza tra i valori promossi dal sistema scolastico, tra quanto è richiesto umanamente ai candidati, e il trattamento ricevuto è massima. Si badi bene: non è, questa, una sterile lamentela o una richiesta di abbassamento degli standard. Siamo i primi a desiderare una scuola di qualità, fatta da professionisti qualificati. Siamo stati portati a rivolgerci al pubblico per segnalare una grave ingiustizia. Le azioni e l’atteggiamento della commissione ci fanno sentire sminuiti come docenti, come lavoratori, come persone. La nostra competenza non è stata minimamente tenuta in considerazione. I criteri di valutazione sono stati oscuri e arbitrari.
La pandemia ha messo chiaramente in evidenza come la figura dell’insegnante sia, a tutti i livelli, primariamente una professione di cura, quella cura che è mancata del tutto nei nostri confronti. Mai come oggi il tema della salute mentale è stato centrale nel dibattito pubblico. Gli ultimi due anni sono stati complessi per ognuno di noi. All’interno della scuola, per i bambini e i ragazzi che hanno vissuto il momento con intenso disagio, così come per tutti i lavoratori che si sono fatti carico dell’impegno di mantenere la scuola un luogo basato sulle relazioni umane e sull’ascolto. Per noi, sono stati anche due anni appesi al filo di questa procedura, ulteriore elemento di turbamento nel mare delle varie difficoltà che tutti abbiamo attraversato. Ci fa male la totale mancanza di riguardo nei confronti di questo semplice dato, ci fa male che l’arbitrio di poche persone, dopo un ascolto distratto di venti minuti, possa determinare la nostra carriera e condannarci ancora alla precarietà.

In tutto questo, tra un mese lo Stato ci chiamerà ancora a lavorare come supplenti nei licei e negli istituti toscani, e noi ci presenteremo ancora, volenterosi di svolgere il nostro lavoro al meglio. Non abbiamo neanche la consolazione di leggere un oscuro disegno dietro a ciò che ci sta succedendo. La regione Toscana e il Ministero hanno tutto l’interesse, in questa fase, a immettere in ruolo nuovi insegnanti e ad abilitarne per le necessità dei prossimi anni. Perché allora portare avanti quello che sembra a tutti gli effetti un ingiustificato abuso di potere? Siamo increduli e dispiaciuti. Ma chiediamo rispetto. Il rispetto che ci spetta come professionisti, come colonne portanti del sistema scolastico, e come categoria fondamentale nella formazione della cittadinanza. Chiediamo tutta l’attenzione possibile da parte del pubblico, mentre ragioniamo sulle azioni da intraprendere, singolarmente e collettivamente, per far fronte a questa ingiustizia.

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IT’sART, l’ennesimo flop dell’imprenditoria di Stato alla Franceschini https://stage.italianinews.com/2022/08/05/itsart-lennesimo-flop-dellimprenditoria-di-stato-alla-franceschini/ https://stage.italianinews.com/2022/08/05/itsart-lennesimo-flop-dellimprenditoria-di-stato-alla-franceschini/#respond Fri, 05 Aug 2022 08:25:00 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/08/05/itsart-lennesimo-flop-dellimprenditoria-di-stato-alla-franceschini/ Per Dario Franceschini doveva essere “il Netflix della cultura italiana”: dopo un anno è già in rosso di 7,5 milioni.

Il ministro aveva già fatto flop nel 2015, con verybello.

Se c’è una cosa che al Ministro Dario Franceschini piace fare è avventurarsi nel mondo dell’imprenditoria di Stato, che notoriamente è a basso rischio perché i soldi ce li mettono obtorto
collo
i contribuenti. Nel 2015 aveva lanciato verybello.it, un sito – come si può constatare non più raggiungibile – che avrebbe dovuto rilanciare promuovere gli eventi culturali italiani nell’anno dell’Expo milanese; costato l’abnorme cifra di 39.000€, il sito fu preso a pernacchie dagli utenti sin da subito per svariate ragioni. Prima fra tutte il nome stesso, ma c’erano anche questioni più sostanziali, come l’essere un inutile duplicato di Italia.it.
Franceschini all’epoca rispose alle critiche ringraziando i detrattori su Twitter, che a suo dire avevano fatto involontariamente pubblicità al sito.
E vantandosi dei 500.000 accessi nelle prime 6 ore.

Due anni dopo verybello era morto e defunto.

IT’s ART, la “Netflix della cutlura”

Il mito dello Stato imprenditore è però assai duro a morire, da quelle parti dell’emiciclo parlamentare, e dunque Franceschini, tornato a dirigere il Ministero della Cultura sotto il governo Draghi, l’anno scorso ha pensato bene di riprovarci, oltretutto in forma e misure ingigantite.
Stavolta l’intento era, nientemento, che creare una “Netflix della cutlura italiana”, ossia una piattaforma digitale pubblica a pagamento per lo streaming di musica, teatro, danza e altre forme d’arte.
Come da prassi, è stata creata un’omonima Società per Azioni (ITsART S.p.A.) controllata al 51% dall’immancabile Cassa depositi e prestiti, che ci ha messo 7,7 milioni di euro; per la parte tecnologica è stata stretta una partnership con Chili, affermata realtà del mondo dello streaming online.
Dopo un anno di attività, il bilancio è fallimentare. I ricavi si sono fermati a 245.000€, il che porta ad un passivo di circa 7,5 milioni.
Il commento a tutto ciò? Secondo il presidente di Itsart, è un fatto fisiologico: si tratta di una startup, e le startup si sa che chiudono sempre in perdita nel primo anno di esercizio. Anche Amazon fece così!

Gli osservatori più scettici e prevenuti, tuttavia, avanzano dubbi sull’ipotesi che IT’sART possa avere lo stesso avvenire di Amazon. Principalmente perché, anche in questo caso, c’è il dettaglio che molti dei contenuti ospitati a pagamento dalla piattaforma sono reperibili gratuitamente sul sito della Rai (la quale, se non altro, nel 2021 è riuscita a non chiudere l’anno in perdita).

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Il programma di Fratelli d’Italia rischia di portarci fuori dall’Europa https://stage.italianinews.com/2022/08/01/il-programma-di-fratelli-ditalia-rischia-di-portarci-fuori-dalleuropa/ https://stage.italianinews.com/2022/08/01/il-programma-di-fratelli-ditalia-rischia-di-portarci-fuori-dalleuropa/#respond Mon, 01 Aug 2022 07:48:00 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/08/01/il-programma-di-fratelli-ditalia-rischia-di-portarci-fuori-dalleuropa/ Il programma di Fratelli d’Italia, nella parte relativa all’Europa, è inattuabile. Ma il rischio è che si arrivi a scenari simili a quelli del 2011.

Per “ridiscutere” i trattati europei servirebbe l’unanimità degli altri Paesi.

C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui i programmi elettorali dei partiti erano “mallopponi” di decine e decine di pagine, dettagliati in modo talvolta maniacale in quanto a coperture finanziarie dei singoli provvedimenti. È rimasto celebre quello dell’Unione prodiana, nel 2006, con le sue oltre 200 pagine.

Oggi invece i tempi sono decisamente cambiati. Sarà che è l’epoca dei tweet, delle story che durano pochi secondi su vari social network; sta di fatto che i programmi dei partiti sono oggi assai più sintetici. Secondo molti commentatori troppo sintetici, soprattutto per quanto riguarda le suddette coperture finanziarie dei provvedimenti economici; ormai è considerato del tutto normale che un candidato si limiti ad elencare quanti soldi vuole dare a chi, senza preoccuparsi di specificare se e quali voci di spesa pubblica intende coprire, o – in alternativa – quali tasse vuole aumentare (o introdurre ex novo).
La ragione principale di ciò è che le due principali coalizioni sono accomunate da un’incrollabile fede nei poteri magici del deficit, e dunque non specificano le coperture perché, semplicemente, non intendono trovarne.

Ma non è solo l’economia il terreno in cui esercitare l’antica arte del raggiro di massa; l’idea che qualsiasi operazione sia fattibile (oltretutto con una certa facilità) riguarda anche la politica estera e quella comunitaria.
Ed è qui che il programma di Fratelli d’Italia svetta su tutti gli altri.
Al punto 2, ad esempio, si legge:

Ridiscussione di tutti i trattati UE a partire dal fiscal compact e dall’euro.

Il cosiddetto “fiscal compact” è quel trattato che impone ai Paesi di non impiccarsi con la corda del debito pubblico, ad esempio obbligandoli al pareggio di bilancio o a non sforare il 3% nel rapporto defict/PIL annuo. Vincoli che, è bene ricordarlo, sono stati comunque trattati con una certa flessibilità, negli ultimi anni: nel 2020 l’Italia ha portato quel rapporto al 9,5%, l’anno successivo al 7,2 (si veda qui). E questo senza che l’Europa aprisse procedure d’infrazione di alcun genere; contrariamente alla narrazione che dipinge le autorità europee come un manipolo di ottusi burocrati insensibili, pare che ai piani alti di Bruxelles vi sia la consapevolezza che allentare i cordoni del deficit fosse il male minore, di fronte ad una pandemia globale che aveva costretto a bloccare per mesi l’attività economica.
Una vasta parte dei partiti e dell’opinione pubblica italica, tuttavia, ha visto in quella decisione (cioè l’allentamento dei vincoli sulla stabilità finanziaria) la prova definitiva che “l’austerità” era sbagliata, e che permettere ai governi di fare deficit senza limiti possa far bene all’economia anche in condizioni di normalità.
Da qui il proposito di Fratelli d’Italia di “ridiscutere i trattati UE a partire dal fiscal compact”.

C’è poi un’altra questione: come ha spiegato Vincenzo Genovese su Linkiesta, al di là dell’istinto suicida da cui è animato, questo proposito è anche tecnicamente irrealizzabile: per modificare i trattati bisogna attivare l’articolo 48 del Trattato sull’Unione europea, che prevede l’unanimità. In termini più semplici: nessun Paese può “ridiscutere” (che presumo voglia dire “modificare”) un trattato europeo in modo unilaterale; dovrebbe prima convincere tutti gli altri ad accettare le modifiche. E, visto che lo scopo di tali modifiche sarebbe quello descritto sopra, si può star certi che i Paesi cosiddetti “frugali” (così chiamati dalla sola stampa italiana) non saranno mai d’accordo.

Quanto poi alla questione dell’euro, sarebbe interessante sentire il parere di chi, in questi ultimi anni, aveva esultato per la svolta “moderata” del centrodestra, e in particolare per quello che sembrava un ripensamento da parte di Salvini sul tema dell’uscita dalla moneta unica. Ammesso e non concesso che il Capitano abbia davvero riposto nell’armadio le magliette con cui faceva campagna elettorale nel 2018, dal programma di Fd’I si può se non altro dedurre che anche in quel partito albergano diversi nostalgici della lira.
Quasi superfluo ricordare che, anche in questo caso, qualsiasi modifica non può essere fatta unilateralmente, e dunque le uniche due opzioni sono il rimanere nell’Unione Europea e nell’euro o uscirne.

Cosa accadrà davvero?

Posto dunque che questi (e altri) punti del programma di Fd’I sono irrealizzabili, la vera domanda è fino a che punto si spingerà il governo guidato (salvo miracoli) da Giorgia Meloni. La sensazione è che la donna-madre-cristiana voglia comunque tentare di fare una manovra in forte deficit per mantenere almeno una parte delle promesse elettorali, “sfidando” Bruxelles; se ciò avverrà, è pressoché certo che possano ripresentarsi gli scenari del 2011, con la fuga degli investitori dai nostri titoli di Stato e conseguente spread a livelli improponibili.
A quel punto il governo patriottico potrebbe chiedere agli odiati burocrati di Bruxelles di attivare il cosiddetto Scudo anti-spread; solo che, come ha chiarito Ursula Von der Leyen, questo non è uno strumento che si attiva automaticamente, ed anzi è soggetto al rispetto di alcuni parametri (primi fra tutti quelli di bilancio) da parte del richiedente.

E qui finisce la parte facilmente pronosticabile. La gigantesca incognita inizia dopo questo punto. Cosa faranno i patrioti? Andranno allo scontro finale proponendo l’uscita dall’Europa? Si dimetteranno e insedieranno un nuovo esecutivo tecnico? O si “piegheranno” alla realtà, come sostanzialmente fece Tsipras in Grecia?
Chi vivrà saprà. L’unica certezza è che ci aspettano mesi difficili.

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Italiani creduloni: 1 su 5 consulta maghi e fattucchiere https://stage.italianinews.com/2022/07/28/italiani-creduloni-1-su-5-consulta-maghi-e-fattucchiere/ https://stage.italianinews.com/2022/07/28/italiani-creduloni-1-su-5-consulta-maghi-e-fattucchiere/#respond Thu, 28 Jul 2022 08:25:00 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/07/28/italiani-creduloni-1-su-5-consulta-maghi-e-fattucchiere/ Che l’Italia non fosse esattamente la patria mondiale del razionalismo e del pensiero scientifico si era capito da molto tempo: i dati sull’analfabetismo funzionale, i risultati dei nostri studenti nei test OCSE-PISA o quelli sulla lettura restituiscono il quadro di un Paese scarsamente alfabetizzato, allergico soprattutto alle discipline scientifiche e dunque con parecchia difficoltà ad orientarsi in un mondo complesso qual è quello in cui viviamo. Qualche commentatore particolarmente “malizioso” insinua perfino che questo scenario costituisca la ragione fondamentale del dilagare del populismo: elettori incapaci di elaborare ragionamenti complessi tenderanno a preferire chi fa credere che esistano soluzioni semplici.

Tuttavia sono i dati sull’occulto a mettere una pietra tombale su qualunque barlume di ottimismo. Come riportato da Alberto Brambilla nel libro Il consenso a tutti i costi, ci sono 13 milioni di italiani (oltre il 20% della popolazione) che spendono 9 miliardi di euro ogni anno per consultare “maghi e fattucchiere”. Una categoria di “professionisti” piuttosto corposa (sarebbero circa 150.000 sul territorio nazionale) e soprattutto non proprio affidabile: nel settore il tasso di evasione fiscale ammonterebbe al 95%.
E questo non perché lo Stato non cerchi di venire loro incontro: al contrario, esiste un apposito codice ATECO (960909) per la cartomanzia (mentre la ciarlataneria rimane illegale).

Un business, quello dell’occulto, che non ha conosciuto crisi, e anzi si è andato incrementando proprio in corrispondenza delle recessioni economiche. I servizi richiesti ai maghi sono svariati: dalla lettura delle carte alla rimozione del malocchio, passando per guarigioni miracolose.

E poi, naturalmente, c’è chi si rivolge ai divinatori per avere fortuna nel gioco d’azzardo: si paga un mago per sapere i numeri vincenti delle lotterie, evidentemente continuando a ritenere normale che una persona in grado – a suo dire – di prevedere i numeri vincenti si accontenti di rivelarli ad altri per pochi spiccioli, anziché giocarli in prima persona realizzando vincite milionarie.

Il gioco d’azzardo è del resto un’altra colossale voce di spesa del popolo italiano: 110 miliardi all’anno. Secondo l’ISS, gli italiani che fanno almeno una giocata all’anno sarebbero 18,4 milioni, mentre quelli con problemi di ludopatia 1,5. E questo per restare nell’ambito del gioco d’azzardo legale: a ciò bisognerebbe aggiungere – secondo il Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Rabo – altri 20 miliardi dell’azzardo irregolare.

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Meno posti in Parlamento, più posti nelle municipalizzate? https://stage.italianinews.com/2022/07/25/meno-posti-in-parlamento-piu-posti-nelle-municipalizzate/ https://stage.italianinews.com/2022/07/25/meno-posti-in-parlamento-piu-posti-nelle-municipalizzate/#respond Mon, 25 Jul 2022 14:48:00 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/07/25/meno-posti-in-parlamento-piu-posti-nelle-municipalizzate/ Una delle poche cose certe del prossimo Parlamento è che ci saranno meno rappresentanti: 600 in tutto, di cui 400 alla Camera e 200 al Senato. Effetto della legge costituzionale approvata nel 2020 e fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle, che poteva così vantarsi di aver ridotto i costi della politica.
Nella campagna elettorale per quel referendum – approvato a furor di popolo – qualche esponente della sempre più ridotta categoria sociale dei raziocinanti aveva provato a far notare che i risparmi derivanti dal taglio erano irrisori (circa 57 milioni di euro l’anno, pari allo 0,007% della spesa pubblica italiana); a tale osservazione scattava immediata la replica che ciò era pur sempre meglio di niente.

Ora che si avvicina il momento del voto, tuttavia, tra chi conosce la politica italiana comincia a serpeggiare il sospetto che i partiti si stiano già attrezzando per aggirare gli effetti del taglio. Di ciò ha parlato Mario Seminerio, nell’ultimo episodio del suo podcast settimanale “la settimana phastidiosa”.

Avremo un Parlamento di 600 persone, anziché di 950 circa, a parte tutti gli altri che, in un modo o nell’altro, dovranno essere collocati, probabilmente nel “sottobosco”. Che potrebbe anche essere quello delle imprese pubbliche, delle municipalizzate: avremo il trionfo delle in house, degli appalti pubblici, del “neo-keynesismo”. Avremo il trionfo – a destra e a sinistra – di quelli che vi diranno che è fondamentale creare delle entità pubbliche per combattere contro il turboliberismo e poter accomodare i falliti che sono rimasti trombati da questa troncata al numero dei seggi disponibili.

Le municipalizzate in Italia: razionalizzazione mai avvenuta

Tema annoso, quello delle municipalizzate. In Italia ce ne sono circa 7500, come ha spiegato la Corte dei Conti in un report del 2019. Erano quasi 10.000 ai tempi del governo Renzi, che si era ripromesso di ridurne il numero in modo drastico, “da 10.000 a 1000”; Carlo Cottarelli, all’epoca commissario alla spending review, aveva anche redatto un programma di razionalizzazione, con tanto di individuazione delle aziende maggiormente voraci per le casse dello Stato. Il resto è storia: Cottarelli lasciò l’incarico dopo un anno, e il suo piano non fu mai del tutto attuato, più che altro per volontà delle amministrazioni comunali. Tra l’altro, come riportò Il Fatto Quotidiano, lo stesso esecutivo Renzi non fu esente da ricollocamenti “strategici” di membri del cosiddetto “giglio magico”.

Tra lotta al “neoliberismo” e costi (veri) della politica

La prassi di far finire nelle municipalizzate politici non eletti in Parlamento è anch’essa piuttosto consolidata, nel Belpaese. I partiti sono i primi a saperlo, e infatti puntualmente qualcuno se ne esce con nuove mirabolanti idee su come stroncare questa piaga.

Sull’efficienza delle aziende pubbliche – o, quantomeno, di alcune di esse – i dati sono altrettanto noti. Gli abitanti della Capitale possono tranquillamente riferire dell’efficienza di Atac o di Ama, mentre la recente siccità ci ha drammaticamente ricordato che il sistema idrico nazionale è mediamente un colabrodo.

Eppure, questo costante sperpero di risorse pubbliche e annessa inefficienza continua ad essere sostanzialmente tollerato dalla maggior parte dell’opinione pubblica, che pare molto più spaventata dall’idea di vedere privatizzati i servizi pubblici. Al referendum di due anni fa voluto dai Radicali sulla liberalizzazione di Atac, a Roma, partecipò solo il 16,4% degli aventi diritto (la maggioranza dei quali, prevedibimente, votò “sì” alla liberalizzazione).

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Fallire! E falliremo! https://stage.italianinews.com/2022/07/22/fallire-e-falliremo/ https://stage.italianinews.com/2022/07/22/fallire-e-falliremo/#respond Fri, 22 Jul 2022 07:50:00 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/07/22/fallire-e-falliremo/ Con Draghi se ne è andato l’ultimo brandello di (sovrastimata) credibilità italiana all’estero

Chi ha visto il film “Don’t look up” e ha seguito ieri il voto di fiducia a Draghi in Senato avrà certamente constatato che ormai – almeno in Italia – la realtà surclassa regolarmente la fantasia. La trama del film con Di Caprio è semplice: alcuni scienziati scoprono che un meteorite sta per colpire la Terra, e che l’eventuale impatto segnerebbe la fine dell’umanità. Dinanzi a tale minaccia, la politica e buona parte dell’opinione pubblica reagiscono come sempre: mettono in dubbio la competenza degli scienziati, diffondono “verità alternative”, ironizzano a suon di meme e battutine. E quando infine la Presidentessa (Maryl Streep) si decide ad agire, lo fa con una tale cialtroneria da rendere tutto vano. Fino all’inevitabile schianto del meteorite.

Mercoledì scorso la classe dirigente italica ha anch’essa deciso di “non guardare su”, e di ignorare i molteplici meteoriti che stanno già da mesi piovendo sul Paese. La crisi delle materie prime che ha portato l’inflazione al 6%; l’aggressione russa all’Ucraina, con tutte le conseguenze; il COVID che è tornato ad uccidere più di 100 persone al giorno; la siccità che sta provocando danni ingenti all’agricoltura.
E questo per citare solo emergenze già in corso. Perché poi ci sono quelle prossime venture: la BCE ha alzato ieri il costo del denaro e annunciato i dettagli sul famoso “scudo anti-spread”. E sono dettagli non troppo rassicuranti, per chi dovrà governare nei prossimi mesi: non sarà uno strumento automatico, ma “discrezionale”, e soprattutto condizionato da precisi fattori:

rispetto del ‘fiscal framework’ Ue, assenza di gravi squilibri macroeconomici, sostenibilità del debito, rispetto degli impegni presi con il recovery e con le raccomandazioni specifiche della Commissione Ue.

L’Italia si appresta ad affrontare tutto ciò con un governo dimissionario, guidato dalla persona più autorevole di cui disponesse.
Uno la cui colpa principale è stata quella di spiattellare in faccia ai partiti quella realtà a cui hanno dichiarato guerra da anni: no, non si può fare deficit all’infinito; no, la “lotta all’evasione fiscale” non è una copertura finanziaria credibile; non si può continuare a comprarsi il voto degli italiani con i soliti strumenti (pensionamenti anticipati, elargizioni di bonus tanto costosi quanto dannosi, tutela di corporazioni e rendite di posizione spacciate ormai per “diritti acquisiti”). Draghi sapeva fin dall’inizio che sarebbe stata dura convincere i partiti a questi cambiamenti; solo che – ingenuamente – si era illuso che, per una volta, i suddetti partiti potessero avere un sussulto di decenza. Almeno la decenza di guardare su e accorgersi dei meteoriti che piovevano dal cielo.
E invece i partiti hanno scelto di non guardare in alto. Perché in fin dei conti, quando i meteoriti cadranno faranno sì danni enormi, ma non del tutto letali; e poi – con la compiacenza dei conduttori di talk show – si potrà sempre far ricadere la colpa sui soliti capri espiatori (l’Europa, le banche, i “mercati”, e magari – perché no – Soros o Bill Gates). E una parte del popolo (quella maggioritaria) se le berrà, queste bugie, come si è bevuto tutte quelle udite finora.
Un’altra parte, invece, a quelle bugie forse non ci ha mai creduto fino in fondo, ma questa è pur sempre la terra del familismo amorale, come ci spiegò E. Banfield più di 60 anni fa; si ragiona per corporazioni e categorie d’appartenenza, e si vota per chi garantisce alla nostra i massimi vantaggi materiali nel breve periodo, anche a discapito degli interessi della collettività.

Fra pochi mesi avremo un nuovo Parlamento e una nuova maggioranza di governo. E – salvo sorprese clamorose – potremmo “perfino” avere per la prima volta nella nostra gloriosa storia una Premier donna, madre e cristiana. Chi volesse approfondire ciò che la Giorgia nazional-popolare propone – almeno in materia economica – può trovare un esaustivo racconto qui. Possibile perfino che il governo Giorgia arrivi allo scontro finale con gli odiati burocrati di Bruxelles, rei di non averci sufficientemente protetto dai mercati cattivi mentre eravamo intenti a distribuire mance elettorali. È un luglio da sogno per gente come Claudio Borghi o Alberto Bagnai, e ancor più per quel Gianluigi Paragone fondatore di un partito chiamato Italexit.

Chi vivrà vedrà, dice il proverbio. Noi, nel nostro piccolo, possiamo solo ipotizzare che, nei prossimi anni, non ci mancheranno gli expat da intervistare.

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La riforma degli ITS è un’ottima notizia, anche se pochissimi ne parlano https://stage.italianinews.com/2022/07/19/la-riforma-degli-its-e-unottima-notizia-anche-se-pochissimi-ne-parlano/ https://stage.italianinews.com/2022/07/19/la-riforma-degli-its-e-unottima-notizia-anche-se-pochissimi-ne-parlano/#respond Tue, 19 Jul 2022 09:48:32 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/07/19/la-riforma-degli-its-e-unottima-notizia-anche-se-pochissimi-ne-parlano/ L’80% dei diplomati negli Istituti Tecnici Superiori (ITS) trova lavoro entro un anno dal diploma.

Pochi giorni fa il Governo ha approvato una riforma passata piuttosto in sordina: quella degli ITS, gli Istituti Tecnici Superiori.

Cosa sono gli ITS

Come spiega il MIUR, si tratta di “scuole di eccellenza ad alta specializzazione tecnologica post diploma, che permettono di conseguire il titolo di tecnico superiore”. Si possono vedere come una sorta di “laurea breve professionalizzante”, con la quale si acquisiscono competenze tecniche specifiche. Aspetto fondamentale degli ITS è la partecipazione attiva delle imprese: la maggior parte degli insegnanti proviene dalle aziende, e grande parte del monte ore è dedicato a tirocinii.
In Italia ce ne sono al momento 121, ed operano in 6 aree specifiche:

  • Efficienza energetica
  • Mobilità sostenibile
  • Nuove tecnologie della vita
  • Nuove tecnologie per il Made in Italy
  • Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali – Turismo
  • Tecnologie dell’informazione e della comunicazione

La riforma voluta dal Governo (potete vedere qui i dettagli) mira a potenziare e rendere più attrattive queste scuole, soprattutto avvicinando il mondo scolastico a quello imprenditoriale: tra le misure contenute nella riforma spicca l’obbligo di far svolgere almeno il 60% del monte ore a docenti provenienti dalle aziende, e riservare ai tirocinii almeno il 35% del tempo (cifre comunque già oggi abbondantemente superate, stando al report dell’INDIRE).

Una rivoluzione culturale

Stretta collaborazione col privato, molte ore di stage e formazione tecnica: ingredienti che autorizzano a parlare di rivoluzione culturale, in un Paese che di solito viene preso da crisi isteriche quando si parla di avvicinare il mondo scolastico a quello del lavoro. Emblematico, sotto questo punto di vista, un recente intervento dello storico Alessandro Barbero, secondo il quale il fatto di poter passare degli anni – quelli dell’infanzia e dell’adolescenza – solo a studiare senza “l’assillo” di dover lavorare, era in passato un lusso riservato ai figli dei signori, esteso poi ai proletari a forza di riforme democratiche; l’alternanza scuola-lavoro, in quest’ottica, sarebbe una sorta di ritorno al passato:

E si è arrivati adesso all’assurdità che si è tornati a dire ai ragazzi, come ai loro nonni analfabeti: “anche se avete soltanto sedici o diciassette anni o diciott’anni, però, un po’ di lavoro lo dovete fare. Che è questo lusso di passare quegli anni solo a studiare a scuola? No, no: alternanza scuola lavoro!

C’è perfino chi, come lo psichiatra Paolo Crepet, nel 2021 proponeva di abolire gli istituti tecnici e professionali, tenendo solo i Licei (così, a suo dire, si sarebbe posto fine alla distinzione tra scuole di serie A e di serie B).

Il gap tra scuola e lavoro

Naturalmente la realtà è un po’ più complessa. L’Italia è terza in Europa in quanto a disoccupazione giovanile (un giovane su tre è disoccupato), e prima per numero di NEET (giovani che non studiano né lavorano). Una delle cause è senz’altro il basso livello di istruzione della popolazione (il tasso di abbandono scolastico è in Italia al 13%, tra i più alti d’Europa), ma esiste un problema anche tra coloro che gli studi li portano avanti fino all’Università: da molti anni Confindustria denuncia la scarsa “integrazione” tra istruzione e mondo del lavoro. È il famoso mismatch tra domanda e offerta di lavoro: per dirla in termini brutalmente sintetici, si cercano ingegneri, si trovano filosofi. Ciò capita anche per un fatto “culturale”: presso l’opinione pubblica italiana la laurea (compresa quella in materie umanistiche, che in Italia sono le più gettonate) viene ancor oggi vista come una sorta di titolo onorifico, in grado di spalancare qualunque porta, compresa quella di aziende private che operano in settori altamente specializzati.

Il vento sta cambiando

Eppure, numeri alla mano, un diploma in un ITS dà oggi più garanzie lavorative di certe lauree. Oltre l’80% dei diplomati in un ITS trova lavoro entro un anno dal diploma, e in genere si tratta di lavori ben retribuiti, di solito nelle stesse aziende che hanno fornito il personale docente. Le numerose ore di tirocinio sostenute nei 2-3 anni precedenti fanno sì che il giovane neo assunto si inserisca velocemente in azienda, una realtà che già conosce e in cui sa già cosa fare.
Questi concetti sono ben noti al di fuori dei confini italiani. In Germania gli iscritti agli ITS sono circa un milione, contro le poche migliaia in Italia. L’auspicio del Governo – e di Confindustria – è che il numero di ITS e di studenti possa rapidamente salire anche in Italia, e i primi dati in questo senso sono incoraggianti: in Veneto in tre anni sono raddoppiate le iscrizioni.

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Interviste – Lavoro: l’allarmante situazione dei beni culturali in Italia https://stage.italianinews.com/2022/07/13/vi-racconto-cose-lavorare-nei-beni-culturali-in-italia/ https://stage.italianinews.com/2022/07/13/vi-racconto-cose-lavorare-nei-beni-culturali-in-italia/#respond Wed, 13 Jul 2022 14:48:55 +0000 https://stage.italianinews.com/2022/07/13/vi-racconto-cose-lavorare-nei-beni-culturali-in-italia/ Intervista esclusiva a Niccolò Daviddi, l’archeologo “licenziato” dopo che aveva raccontato alla Rai le condizioni di lavoro degli archeologi sui cantieri

Da qualche settimana Niccolò Daviddi è diventato il volto di una categoria – i professionisti dei Beni Culturali – che da anni denuncia condizioni di lavoro indegne di un Paese civile. Dopo una sua intervista alla trasmissione Agorà è stato estromesso dalla chat in cui la società archeologica per la quale lavorava assegnava gli incarichi

L’abbiamo incontrato a Roma per fare il punto sulla situazione e raccontare cos’è diventato il lavoro in Italia, nel mondo dei beni culturali

Domani (14 luglio) voi di Mi Riconosci? verrete ascoltati dalla Commissione Lavoro del Senato, dopo essere stati ricevuti qualche settimana fa dalla vice capo-gabinetto del Ministro del Lavoro. Che sensazioni avete avuto? Oltre ad ascoltarvi vi hanno anche promesso qualcosa?

In seguito alla manifestazione di due settimane fa, sotto al Ministero del Lavoro, quando eravamo stati ricevuti dalla vice capo-gabinetto del Ministro, siamo stati ascoltati per una quarantina di minuti abbondanti. Ha preso molti appunti. Abbiamo riepilogato tutti i problemi del settore, in particolare lo sfruttamento delle società e cooperative archeologiche. Abbiamo parlato non solo dell’archeologia, ma in generale del campo dei Beni Culturali, con rapporti di lavoro che talvolta sfiorano il capolarato. Questo termine non si può legalmente usare, ma con l’avvocato del lavoro stiamo cercando di dimostrare che si tratta di un lavoro subordinato mascherato da P.IVA.

Avevamo iniziato ad avvicinarsi all’Unione Sindacale di Base (USB) nello scorso autunno, ed erano rimasti molto impressionati da ciò che stavamo raccontando loro. Questo perché neanche loro avevano idea di cosa succeda nel mondo dei Beni Culturali, non essendoci una sindacalizzazione del settore. Abbiamo mostrato loro anche gli screenshot delle comunicazioni via Whatsapp della società in cui lavoravo; tendevano ad essere molto pressanti su tempi e orari dell’organizzazione. L’USB ci ha fornito subito il completo appoggio legale gratuito.

Che tipo di pressioni avevate?

Dovevamo prima di tutto mandare un file Excel con la nostra presenza ogni mattina, a mo’ di timbro del cartellino; poi, soprattutto, dovevamo dare aggiornamenti continui sull’andamento del cantiere, specificando se le ditte stavano scavando o meno. Nei giorni in cui pioveva venivamo tartassati. Però, guarda caso, quest’ansia da aggiornamenti magicamente finiva alle 14:00.

Perché?

Perché dopo le 14:00 erano costretti a pagarci la giornata lavorativa intera. Funziona così: se veniamo mandati via alle 10:00 la nostra paga è di 20€ lordi; tra le 10:00 e le 14:00 sono 40€, mentre dopo le 14:00 scatta la giornata intera (80€).
Il mio sospetto è che la società archeologica facesse di tutto per mandarci via prima delle 14:00, così da pagarci mezza giornata incassando però l’intera cifra dalla ditta edile.

Oltretutto, capitavano i giorni in cui c’erano due squadre di operai, a distanze che potevano arrivare a centinaia di metri o perfino qualche chilometro. Ora, in questi casi la legge stabilisce che devono esserci due archeologi. Ciò che succedeva, invece, era che ci davano 20€ lordi in più sulla giornata per seguire le due squadre e quindi fare un doppio lavoro, oltretutto violando la legge. Anche in questo caso ho il sospetto che l’impresa archeologica prendesse il compenso per due archeologi, pagandone di fatto uno solo.

Prima di scatenare il putiferio mediatico vi eravate rivolti alle associazioni del settore?

Ci siamo rivolti ad ANA (Associazione Nazionale Archeologi) Lazio ed alla CIA [Confederazione Italiana Archeologi, n.d.r.], chiedendo di segnalare la situazione ad Archeo Imprese, l’associazione di categoria delle imprese archeologiche. Ma in entrambi i casi la cosa non è andata a buon fine.
Riguardo ad ANA Lazio, avevamo saputo che la titolare dell’impresa per cui lavoravo aveva in passato ricoperto un ruolo direttivo come tesoriera presso di loro, e questo ci aveva frenato molto dall’idea di chiedere aiuto, perché ci sembrava un conflitto di interessi. Successivamente li abbiamo contattati lo stesso, e ci hanno assicurato che quella persona non ricopriva più alcun ruolo. Comunque non abbiamo mai avuto risposte circa la segnalazione della situazione ad Archeo Imprese.

Per quanto riguarda CIA, invece, ci è stato chiesto di inviare loro i materiali (screenshot etc.), promettendo di inviare la segnalazione ad Archeo Imprese. In questo caso abbiamo saputo – ma solo dopo che era già montato il caos mediatico e per vie informali – che la segnalazione era stata fatta, ma senza ottenere risposta.

Per questo, dopo la mia estromissione dalla chat, abbiamo iniziato con Mi riconosci? (di cui sono attivista da dicembre) a pressare sulla stampa e anche con la politica, per avere la massima visibilità possibile.

Concretamente cosa chiedete? Un salario minimo? Un contratto collettivo nazionale?

Parlare di CCN in questo caso non ha molto: noi non abbiamo un contratto, abbiamo lettere d’incarico. E tra l’altro non c’è neanche chiarezza su quale contratto applicare per gli archeologi: molti di noi sono inquadrati nell’edilizia, ma altri sono sotto federcultura. Quello che vogliamo chiedere è una parte di internalizzazione nella Soprintendenza, perché di fatto noi lavoriamo per conto loro.

Ecco, spieghiamo bene come funziona

La legge prescrive che ci sia un archeologo sui cantieri; la Soprintendenza delega alle imprese il compito di trovarne uno. Noi vogliamo interrompere questo conflitto di interessi: di fatto è il controllato che paga il proprio controllore. È come se, al mercato ittico, il pescatore pagasse l’ispettore dell’ufficio igiene che va a controllare se il pesce è fresco.

Con il Ministro Franceschini avete mai interloquito?

Franceschini è stato sollecitato una miriade di volte da Mi riconosci?, ma non ci ha mai ricevuto.

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