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Carlo Lanna – Italianinews https://stage.italianinews.com La voce degli italiani nel mondo Tue, 03 Dec 2024 22:01:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0.2 https://stage.italianinews.com/wp-content/uploads/2024/11/cropped-Logo-Italiani-news-def-copia@2x-32x32.png Carlo Lanna – Italianinews https://stage.italianinews.com 32 32 Cosa non ha funzionato nel “nuovo” Cruel Intentions? https://stage.italianinews.com/2024/11/25/cosa-non-ha-funzionato-nel-nuovo-cruel-ententions/ Mon, 25 Nov 2024 12:43:19 +0000 https://stage.italianinews.com/2024/11/25/cosa-non-ha-funzionato-nel-nuovo-cruel-ententions/ Disponibile su Amazon Prime Video, la serie ripropone il canovaccio dello storico film del 1999 senza però la sua anima più particolare: ecco di cosa parla il remake di Cruel Intentions

Durante lo scorso mese di marzo si sono festeggiati i 25 anni di un cult senza tempo che ha segnato un’intera generazione. Dopo che si è parlato per anni di una serie tv sequel – progetto poi naufragato tristemente -, il franchise di Cruel Intenstions rivive sotto un’altra forma e in un’ottica che strizza l’occhio alla tradizione dei recenti teen-drama. Su Amazon Prime Video, dal 21 novembre, sono disponibili gli 8 episodi che compongono la prima (e si spera unica) stagione di una serie tv che cerca di rilanciare il marchio di Cruel Intentions. Nonostante le buone intenzioni e la storia molto attuale che riflette – inconsapevolmente – sullo stato dei college e dell’istruzione Nord americana, lo show non riesce a bucare lo schermo, perdendosi in una narrazione poco incisiva e per nulla coinvolgente. Resta l’anima di Cruel Intentions ma tutto il resto è piegato a uso e consumo di una storia nata per stupire il pubblico a tutti i costi, senza badare ai veri contenuti della serie tv. 25 anni fa, il progetto era nato solo per descrivere quanto fosse dissipata la generazione pre-internet, oggi la serie è come se fosse fuori tempo massino dato che non aggiunge e non toglie nulla a un racconto intra-generazione e che cade vittima di colpi di scena fin troppo telefonati e decisamente poco incisivi. Cosa resta del “vero” Cruel Intentions? La serie di Amazon Prime vive di riflesso. Di quel cult non è rimasto proprio nulla.

Storie di sesso e di intrighi: la trama di Cruel Intentions

Ambientata in un rinomato college di Washington, la serie segue due fratellastri che si divertono a manipolare le persone solo per mantenere il loro status quo. Da una parte c’è Lucien – efebico ragazzo che studia economia che passa da un letto a un altro con facilità– dall’altra c’è Caroline – donna ambigua e ricattatrice -. Entrambi sono legati da un rapporto morboso e non smettono di farsi la “guerra” solo per gusto di farlo. Quando nella vita di Lucien e Caroline entra Annie, figlia del vice presidente degli Stati Uniti, tra i due scatta la competizione. Caroline la vorrebbe nella sua confraternita e convince Lucien a sedurla. Il ragazzo accetta la sfida solo a una condizione: che se riuscirà a passare una notte d’amore con Annie, chiede di reclamare il corpo della sorellastra. Il gioco ha inizio sotto il più roseo degli auspici ma quando Lucien capisce le vere intenzioni di Caroline e, soprattutto, conosce Annie più a fondo, si gioca il tutto e per tutto pur di liberarsi della sorella.

Buone le intensioni ma pessima la release finale

Una storia fatta di sotterfugi, intrighi (di poco conto), di rovesci di fortuna, di colpi bassi e sesso. Forse si parla e si discute solo di sesso in tutti gli 8 episodi di Cruel Intentions come se fosse il vero motore della vicenda. Il che è anche giusto ma la serie – rispetto al film – non ha un’anima e non ha appeal. Dai personaggi che sono fin troppo belli e dannati, dal plot che non implode mai e che è vittima di un racconto che gira a vuoto e su stesso, fino alle intenzioni ultime del racconto che si getta (ancora una volta) in una disanima sconsiderata della generazione di oggi. Una fotografia sbiadita che, però, non racconta nulla di nuovo sui i miti e le leggende della Gen Z. Si racconta solo di un gruppo di ragazzi che vuole apparire a tutti i costi senza badare alle conseguenze. Ne esce fuori un ritratto brutale, senza vinti né vincitori.

Una serie che (purtroppo) vive di ricordi

 Di quello che è stato il cult del 1999 (che a sua volta ha generato un sequel e un prequel solo per il mercato dell’Home video) non resta poco o nulla. Di quei personaggi così sexy e manipolari c’è solo il ricordo. Lucien, ad esempio, che dovrebbe prendere il posto di Sebastian che fu interpretato da Ryan Philippe, non riesce a convincere neanche per un minuto. Troppo poco sfrontato e troppo efebico per interpretare un uomo forte e vittima della sua brama di potere. Stessa cosa per Caroline che riprendere il ruolo che fu di Sarah Michelle Gellar. Pur brillando per doti recitative, le sue macchinazioni non sono nulla in confronto a quelle ordite da Kathryn. Tanto che il suo personaggio, a volte, risulta persino macchiettistico. Nell’ottica di far ricoprire i grandi cult del passato, questo “nuovo” Cruel Intentions è un esperimento che non ha proprio ragione di esistere.

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Perché L’amica Geniale è una tra le fiction più belle di Rai 1 (nonostante il cambio di cast) https://stage.italianinews.com/2024/11/20/perche-lamica-geniale-e-una-tra-le-fiction-piu-belle-di-rai-1-nonostante-il-cambio-di-cast/ Wed, 20 Nov 2024 15:30:24 +0000 https://stage.italianinews.com/2024/11/20/perche-lamica-geniale-e-una-tra-le-fiction-piu-belle-di-rai-1-nonostante-il-cambio-di-cast/ La storia di Elena e Lenù arriva al capitolo finale ma non perde l’appeal e la sua bellezza.

Ecco perché è una serie da non perdere e di vitale importanza per i tempi che stiamo vivendo. 

Ci troviamo di fronte a un caso unico e raro. Lì dove tante serie tv con lo scorrere del tempo perdono il loro appeal, altre guadagnano forza e potenza visiva. E tra queste è impossibile non menzionare L’amica Geniale. Gli episodi inediti della quarta e ultima stagione, liberamente ispirati alla saga letteraria di Elena Ferrante, sono su Rai Uno (e Raiplay) tutti i lunedì in prima serata. Un appuntamento molto atteso dai fan della serie ambientata a Napoli che esplora le vite di due donne dagli anni ’40 fino ai giorni nostri. Di fatti e al netto delle critiche, L’amica geniale può essere considerata una tra le fiction più belle del nostro tempo, che piace proprio perché racconta una storia vera e sincera, e tocca con mano tutti cambiamenti sociali e culturali dell’Italia. Si parla di amore, di amicizia, lealtà, ma si parla anche di politica, di cultura, di società e battaglie per i diritti e i doveri. Una miscela ben congeniata che ha permesso alla serie di volare altro negli ascolti e nel cuore del pubblico. Gli episodi che sono in onda su Rai 1 scrivono la parola fine alla fiction, e mettono in scena una storia più intimistica rispetto alle stagioni precedenti. E funziona nonostante il cast – a causa dell’età dei protagonisti – è stato totalmente rinnovato. Ma qual è il segreto del suo successo? L’amica geniale non è solo una fiction, ma è parte del nostro retaggio culturale e rappresenta ciò che siamo stati e ciò che saremo.

L’amica geniale e la città di Napoli

Non un semplice drama generazionale ma un racconto coeso e dinamico di intrecci, di sogni e di desideri.  Lila e Lenù sono le due protagoniste e attorno a loro, alla loro crescita emotiva e intellettiva, si ode un coro maestoso e suadente di storie, di usi e costumi. Ma il vero protagonista è la città di Napoli che vive di vita propria all’interno di un racconto intenso e vibrante. Tra quelle vie dove si intrecciano miti, leggende e storie vissute, si legge la vera anima della serie tv. Oltre al racconto intra-generazionale di due donne che camminano in un mondo che cambia e si evolve troppo in fretta, si affianca il ritratto fulgido di una città meravigliosa e dal fascino immanente, che resiste al tempo e che muta senza perdere la sua identità. Napoli è il cuore de L’amica Geniale. Senza le sue bellezze la serie non avrebbe la stessa potenza visiva.

Una serie che racconta il significato della parola femminismo

La scenografia è il collante ma, ovviamente, le storie sono il motore dell’intera vicenda. E sì, L’amica geniale è un racconto di formazione, di crescita, un racconto popolare sui sogni e sui desideri, ma si focalizza anche sui rapporti di coppia, sulla nuova e la vecchia generazione, e apre una lunga parentesi sulla figura stessa della donna. Si nota, attraverso le storie di Lila e Lenù, quanto sia stato fondamentale porre l’attenzione sul senso stesso di essere donna nell’Italia del secondo dopoguerra perché, grazie a questo, si è potuto affrontare il senso stesso della parola “femminismo”. Non una semplice parola, abusata e usurata, ma andando a fondo nel vero significato, esplorando il suo senso interiore e farlo emergere con sensibilità e non con l’idea di cavalcare una moda del momento. Il significato viene raccontato attraverso gli avvenimenti più significativi della storia italiana: dal boom economico degli anni ’50 e ’60, fino all’amore libero degli anni ’70, passando per le rivolte politiche e sociali degli anni ’80.

Dal libro alla serie tv: chi è Elena Ferrante

Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’autrice – misteriosa e di cui non si conosce l’identità – che ha regalato ai posteri uno dei romanzi più belli di tutti i tempi. Elena Ferranti, che secondo la stampa internazionale è una delle scrittrici più talentuose del nostro tempo, è stata capace di raccontare con dovizia la città di Napoli e i suoi costumi, ma anche l’animo umano con tutte le sue sfumature più particolari. Un pregio che non è da tutti.

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Con Dune: Prophecy si torna nell’universo fantasy di Frank Herbert https://stage.italianinews.com/2024/11/17/con-dune-prophecy-si-torna-nelluniverso-fantasy-di-frank-herbert/ Sun, 17 Nov 2024 13:09:49 +0000 https://stage.italianinews.com/2024/11/17/con-dune-prophecy-si-torna-nelluniverso-fantasy-di-frank-herbert/ Dal 18 novembre in Italia su Sky e in contemporanea con la HBO, la serie tv racconta l’antefatto alla saga degli Atreides e immagina come è nata la sorellanza delle Bene Gesserit in un racconto suggestivo e potente

Sappiamo fin troppo bene che non esiste una linea tra il mondo del cinema e quello della tv. L’uno compensa l’altro. Nell’era dello streaming a pagamento e legale questa accezione è diventata quasi incontrollata e lo dimostrano le tante serie e i tanti film che sono stati prodotti nel corso degli ultimi anni. Lo dimostra quello che è successo – e sta succedendo – con Dune. Quella che è stata la grande saga letteraria che ha cambiato il mondo del fantasy e che fu scritta da Frank Herbert, oggi rivive  al cinema in un sontuoso adattamento che è stato diretto da Denis Villeneuve. Ma da questo film – di cui si sta già pensando a un terzo capitolo – è stata realizzata una serie tv per approfondire alcuni aspetti della narrazione. Con il titolo di Dune: Prophecy, lo show prodotto dalla HBO (la stessa rete che ha realizzato il Trono di Spade) è in arrivo in tv il 18 novembre e in contemporanea con l’Italia su Sky. Non un sequel al film ma bensì un prequel, che sposta la narrazione ben 10mila anni prima la nascita di Paul Atreides e la corsa a La Spezia, raccontando la genesi delle Bene Gesserit. Abbiamo visto gli episodi in anteprima e  ora vi sveliamo perché la serie è da non perdere.

Dune: la serie tv che esplora un tempo lontanissimo

Prima di tutto, c’è da dire che la serie è liberamente ispirata al romanzo prequel di Dune – dal titolo Sisterhood of Dune – che nel 2012 fu pubblicato dagli eredi di Herbert. E la serie evento ne prende gli aspetti più particolari senza far perdere alla narrazione tutta la sua epicità. Dicevamo, al centro del racconto c’è la Sorellanza, un gruppo di donne dai poteri straordinari che dominano una società uscita pezzi da una lunga guerra tra umani e macchine. La Jihad Butleriano è stato uno degli eventi più traumatici per l’universo tratteggiato da Herbert. E quindi, dopo la fine della guerra e dopo che la tecnologia è stata bandita, la Sorellanza cerca di ricostruire il mondo. In questo contesto, spuntano  le vicende di Valya Harkonnen e sua sorella Tula, che fanno parte della sorellanza, e di come hanno aiutato l’Imperium e come, appunto, hanno creato la sorellanza che conosciamo attraverso i film.

Esoterismo e religione

Non è facile riassumere l’incipit della storia, dato che, la serie si fonde con i temi e le atmosfere che sono state ampliamente raccontate nel film. Di sicuro, il progetto di Dune: Prophecy è di grande valore perché è come se costruisse un ponte tra il piccolo e il grande schermo, dando agio alla saga di espandersi e di alimentarsi attraverso se stessa. Il titolo, per l’appunto, lascia intuire che al centro di tutto ci sono le Bene Gesserit. Questo è  un ordine religioso ed è uno dei poteri principali dell’universo di Dune, assieme all’Imperatore, le Grandi Case del Landsraad e la Gilda Spaziale. Il potere delle Sorelle, però, è decisamente più sottile. Loro sono prevalentemente un ordine religioso, ma nelle retrovie addestrano giovani donne per essere concubine, spose o consigliere dei potenti. Ma non solo: le Bene Gesserit, infatti, silenziosamente collezionano e incrociano i migliori geni in modo da ottenere il Kwisatz Haderach, l’essere supremo in grado di trascendere i confini del tempo e dello spazio. La storia fin qui è nota ma non conosciamo come la Sorellanza ha raggiunto un tale potere nell’Imperium. E la serie della HBO, partendo da questo, scrive una storia fatta di intrighi, colpi di scena e giochi di potere. È come se avessimo di fronte un House of the Dragon ambientato in un futuro a noi lontano.

Una serie da vedere ma…  

Di sicuro chi ha amato il film di Dune troverà in “Prophecy” tutto quello di cui ha bisogno. La serie tv è potente, è forte, hai dei temi molto attuali (anche se non sembra), eppure è nata più come esercizio di stile che come qualcosa di utile all’interno dell’universo di Dune. Di fatti, a un racconto così evocativo manca un po’ di mordente e quella epicità che ha reso tale lo show. Ci sono delle buone premesse ma, di sicuro, per avere uno sguardo completo, c’è bisogno di vedere tutti gli episodi per capire se Dune: Prophecy possa essere la serie cult del momento.

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Dall’universo di Batman arriva una serie tv su Il Pinguino: la recensione https://stage.italianinews.com/2024/09/18/dalluniverso-di-batman-arriva-una-serie-tv-su-il-pinguino-la-recensione/ Wed, 18 Sep 2024 15:37:06 +0000 https://stage.italianinews.com/2024/09/18/dalluniverso-di-batman-arriva-una-serie-tv-su-il-pinguino-la-recensione/ In contemporanea con gli States, dal 20 settembre su Sky e Now c’è Il Pinguino. Colin Farrell torna a indossare i panni dello storico villain della DC in una serie in bilico tra Gomorra e i Soprano. 

Il mondo delle serie tv è infinito, questo è un dato di fatto. Nell’epoca dello streaming legale e a pagamento ogni cosa può essere lecita. Il cinema e la serialità è un universo che alimenta se stesso dove tutto è possibile. Sta di fatto che nel 2022 è uscito al cinema un nuovo film dedicato al mito di Batman – interpretato da Robert Pattinson, l’ex divo di Twilight – e sta di fatto che il film in questione – rivisitato in chiave noir, spogliando la storia da tutte le spettacolarizzazioni di un cinecomic – ha regalato un’immagine più vera, sincera e più brutale al mito dei personaggi della DC. Non solo al celebre Bruce Wayne ma anche ai nemici più iconici del Cavaliere Oscuro. Come il Pinguino, alias Oswald Cobblepot. Un personaggio così complesso e così sfaccettato che è stato scelto per dare vita a una serie tv che, in un certo qual modo, potesse regalare un alto punto di vista sulla vicenda. Sviluppata da HBO e dallo stesso team creativo del film, Il Pinguino arriva in tv a quasi due anni dall’annuncio ufficiale e si appresta a conquistare il piccolo schermo con una storia di mafia e di potere dal grande respiro. Colin Farrell torna a indossare i panni dell’iconico personaggio – com’era successo nel film – ed è così convincente nel ruolo che è impossibile restare impassibili di fronte la sua bravura.

Il Pinguino, storia di ambizione e rinascita di una malandata Gotham City

Senza scendere nei dettagli per evitare spoiler di troppo, la vicenda della serie tv è ambientata una settimana dopo la disfatta dell’Enigmista e dopo l’attentato che ha distrutto la città di Gotham. Con il mondo della criminalità organizzata spezzato in due, Oz cerca di muoversi in un contesto difficile. Deciso più che mai a guadagnarsi il posto che si merita nella scala gerarchica della malavita, Il Pinguino finisce per uccidere il rampollo dei Falcone e prende il suo posto nell’attività di famiglia. Il ritorno, però, della sorella del giovane Alberto smuove ulteriormente gli equilibri. La donna che è intenzionata a vendicare la morte del fratello, troverà in Oz un nemico da combattere e, allo stesso tempo, un abile consigliere negli affari di famiglia. Alle loro spalle si erge la città di Gotham che appare come un moderno far west, dilaniata dalla criminalità e dalle istituzioni che non riescono a stare al passo con una società malata che pensa solo al proprio tornaconto.

Un ponte tra il cinema e il piccolo schermo

Il progetto in sé funziona in ogni minima parte. La serie dedicata all’ascesa del Pinguino è costruita in modo tale da poter proseguire con le vicende che sono state introdotte nel film. Se nella pellicola l’attenzione era tutta sul personaggio di Batman e sulla sua difficoltà di fare giustizia in un mondo malato, nella serie dedicata al celebre villain, si celebra il male attraverso gli occhi del male stesso e, soprattutto, si celebra la forza di un uomo che vuole risorgere dalle sue stesse ceneri e di far valere il proprio nome. Di fatti, Oswald è un personaggio così complesso che non è facile etichettarlo. È visivamente potente, è intelligente, è scaltro, ma allo stesso tempo è impulsivo e non bada alle conseguenze. Si comporta in questo modo solo perché, a causa delle sue condizioni, è stato preso di mira per l’aspetto fisico e per essere stato sempre il “numero due”. Con la morte di Alberto decide di fare il grande passo e prendersi ciò che si merita. Un po’ Scarface, un po’ Gomorra, un po’ I Soprano e tantra introspezione: pur trattandosi di una serie elitaria e scolpita sull’immagine del film, Il Pinguino regala momenti di grande intrattenimento.

Il Pinguino, uno tra i villain più apprezzati del mondo DC Comics

La sua storia editoriale è molto articolata. Compare per la prima volta nel dicembre 1941 su Detective Comics ed è stato più volte annoverato tra i migliori cattivi di Batman e uno dei più grandi dei fumetti. È classificato 51esimo nella lista IGN dei 100 migliori cattivi dei fumetti di tutti i tempi. Come tutti i personaggi, anche lui ha avuto i suoi momenti d’oro e quello di crisi. Nell’immaginario collettivo resta impresso grazie Batman di Tim Burton, anche se il personaggio è più complesso di quello che sembra e lo si nota anche nella serie tv. Nelle sue prime apparizioni, Oswald Cobblepot è presentato solo con lo pseudonimo di “Pinguino”. È un abile ladro che riesce a farsi accettare tra i ranghi della malavita di Gotham City entrando ripetutamente in conflitto con Batman e anche con Robin, che continuano a sventare i suoi piani. I suoi modi sono spesso violenti e non esita a uccidere o raggirare le persone per raggiungere i suoi obiettivi.

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Tra glamour, film e… red carpet. Il lato “oscuro” del Festival del cinema di Venezia https://stage.italianinews.com/2024/09/16/tra-glamour-film-e-red-carpet-il-lato-oscuro-del-festival-del-cinema-di-venezia/ Mon, 16 Sep 2024 07:57:50 +0000 https://stage.italianinews.com/2024/09/16/tra-glamour-film-e-red-carpet-il-lato-oscuro-del-festival-del-cinema-di-venezia/ Non è solo il Festival che celebra il cinema in tutte le sue forme, è anche una kermesse che permette al pubblico di vivere un’esperienza unica nel suo genere. Perché, oltre ai film, ai premi e al cibo dai costi proibivi c’è molto di più.

Da 81 edizioni è sinonimo di arte, cultura, moda, incontri, scontri, sorrisi e di grandi film. Venezia non è solo conosciuta per le sue bellezze immanenti – che affascinano e stupiscono milioni di visitatori – ma è celebre anche per il suo Festival del cinema. Così importante che ha trasformato la città e il “suo” Lido in una vetrina per promuovere tutto il bello del cinema (e oggi anche della tv) sia italiano che straniero. È uno sguardo a un modo fatto di lustrini e paillettes, ma è anche uno sguardo rivolto a storie di umana vendetta, di storie politiche, forti, anticonvenzionali e che raccontano il mondo di ieri, di oggi e di domani. Il Festival del cinema di Venezia è questo e molto altro, è una kermesse che celebra la moda, le star e i volti dello showbiz, ed è una kermesse che permette al pubblico di vivere – per dieci lunghi giorni – in un’atmosfera gioiosa e stimolate in cui tutto può essere possibile. Il festival, però, non è solo questo. C’è dell’altro dietro quest’immagine lucente di un Lido che diventa una parata di stelle del cinema e di grandi film. Oltre a questo, il Festival del cinema di Venezia è famoso per il suo tappetto rosso, luogo in cui i fan possono incontrare i loro beniamini. Lì, tra il flash dei fotografi, nasce la vera magia della kermesse ma non è tutto oro quello che luccica.

Tutti sono a caccia di vip ma a che prezzo?

Dobbiamo ammetterlo: il cinema non è fatto solo di storie ma anche di volti che, causa forza maggiore, restano impressi nella nostra mente. Vedere quei volti, in carne e ossa, proprio di fronte al nostro viso, è un’esperienza impagabile che solo un cinefilo può capire. Per questo, attendere dietro le transenne del red carpet il proprio attore o attrice preferito/a è una sensazione che a parole non si può spiegare. Può essere semplice ma in realtà non lo è. Dietro le transenne che separano il tappeto rosso dalla vita vera, tante persone (forse anche troppe) attendono ore e ore sotto un sole cocente l’arrivo della propria star del cuore per un autografo o per un selfie. Una cosa del genere può essere riduttiva, spiegata in poche e semplici parole ma non è così. Per vivere questa esperienza – perché è così che bisogna chiamarla – bisogna armarsi di tanta pazienza e attendere dalla mattina l’inizio dei festeggiamenti serali solo per accaparrarsi un posto in prima fila. Sì, in questo modo c’è la possibilità di poter vedere il tuo idolo. Una vera e propria caccia la vip. Molto stancante ma anche molto gratificante.

Cosa c’è dietro il red carpet

Le storie non le raccontano solo gli attori di Hollywood. Anche chi si apposta fin dalle prime luci del mattino (e chi passa la notte sotto le stelle pur di garantirsi un posto in prima fila) ha qualcosa da raccontare e la sua storia non è meno importante. C’è una giovane mamma del bolognese che ha vissuto insieme alla figlia un’avventura incredibile; c’è la famiglia che viene dal sud Italia che si concede una “vacanza mentale” tra le luci sfavillanti del Lido; c’è una coppia che ogni anno si presenta al Lido per vivere qualche giorno immersa (letteralmente) nel cinema; e poi tanti volti che si alternano nei giorni a seguire solo per saziare una curiosità. Ciò che c’è dietro al red carpet è sub-universo di cui nessuno sa nulla, e che in molti non vogliono comprendere. Lì, tra quei volti uniti da una sola passione, c’è il vero motore del Festival del cinema di Venezia.

Ogni cosa per l’amore del cinema

È quando le luci si spengono, è quando si scorrono le foto nella galleria del proprio cellulare e si contano gli autografi ottenuti (e a volte rubati) che i volti stanchi e sfatti tornano a sorridere. Sì, perché vivere il red carpet della kermesse, attendere la passerella dei vip e custodire gelosamente il proprio posto in prima fila dagli ultimi arrivati potrebbe diventare una disciplina olimpionica, per quanto sia stancante e stressante. Ma tutto questo passa in secondo piano nel momento in cui il tuo sguardo ha sfiorato quello di Brad Pitt, di Jude Law, di Nicole Kidman e di Angelina Jolie. Ogni cosa sfugge al nostro controllo nel momento in cui capisci di aver realizzato un piccolo ma grande sogno. E allora si intuisce quanto può essere grande e potente l’amore per il cinema che unisce le persone in un unico abbraccio.

 

 

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La Folie à Deux di Joker? Una grande occasione mancata (commento dal Festival di Venezia) https://stage.italianinews.com/2024/09/10/la-folie-a-deux-di-joker-una-grande-occasione-mancata-commento-dal-festival-di-venezia/ Tue, 10 Sep 2024 15:13:34 +0000 https://stage.italianinews.com/2024/09/10/la-folie-a-deux-di-joker-una-grande-occasione-mancata-commento-dal-festival-di-venezia/ In arrivo il prossimo 2 ottobre nelle sale italiane, il sequel di Joker è stato presentato a Venezia lo scorso 4 settembre. Il musical, però, non ha convinto nè pubblico nè critica

 

Scrivere il secondo capitolo di un film di successo non è un’impresa facile. Nel corso del tempo, infatti, sono pochi i sequel che hanno funzionato, sia in termini di incassi che di critica. Si può citare L’impero colpisce ancora dall’universo di Star Wars, oppure la parte due di Ritorno al futuro. Gli anni ’80, però, hanno rappresentato l’epoca dopo per il cinema americano nel mondo. Oggi le cose – soprattutto nell’epoca dello streaming selvaggio ma a pagamento – hanno preso una piega assai diversa e inaspettata. Per questo motivo, non è facile scrivere un sequel con un’ottica del genere. Alcuni riescono a convincere, altri sono un completo spreco di tempo. Ciò che è accaduto a Joker: Folie à Deux – sequel del film uscito nelle sale nel 2019 – è ambivalente. Alla luce dell’incredibile successo che ha ottenuto ben 5 anni fa, dopo che ha vinto il Leone d’oro alla 76esima edizione del Festival del cinema di Venezia e dopo i suoi due Golden Globe e i due premi Oscar, era impossibile non pensare a un sequel di Joker. Todd Phillips, quindi, è tornato a raccontare la genesi di uno tra i villain più iconici della DC Comics, portando sul grande schermo un Joker umano ma folle e macchiettistico.  Purtroppo, però, nonostante le buone intenzioni, il film è una grande occasione mancata.

Joker incontra Harley Quinn in un musical vuoto e scarno

Non è il classico cine-comics, e questo lo si era intuito fin dal primo momento. Il progetto di dare voce al personaggio di Joker è nato proprio con la voglia di esulare dai soliti stilemi e raccontare una orgin story diversa dal solito, più introspettiva e meno spettacolare (dal punto di vista degli effetti speciali). La miscela ha funzionato, almeno all’inizio. Nel sequel, invece, tutte le buone intenzioni sono state vane. La storia riprende il filo lì dove si era interrotta alla fine del primo film. Ora troviamo Arthur Fleck in un manicomio criminale e alle soglie di un processo epocale. Sta scontando la sua pena e, allo stesso tempo, si trova a combattere i fantasmi del suo passato. Qui resta ammaliato dalla bellissima (e folle anche lei) Harley Quinn. La donna entra nella vita di Arthur e gioca con le sue stesse debolezze. L’uomo da tempo è in conflitto con il lato oscuro del suo cuore e Harley Quinn riesce a far emergere tutta la follia di Joker. Ma tutto questo non basta. Al processo e poco dopo le arringhe finali si scatena il caos. Arthur capisce di aver sbagliato e di voler rimediare ai suoi errori ma per un cattivo come lui non c’è possibilità di redenzione. Il tutto viene servito attraverso una regia etera, dark e poco incisiva, e la storia viene raccontata attraverso un musical opaco che convince ma non stupisce.

Lady Gaga non regala appeal al film

Joaquin Phoenix torna a indossare i panni di Joker e, anche questa volta, si conferma un attore di grande livello, capace di interpretare un personaggio complesso e pieno di sfumature con una tale disinvoltura che è impossibile restare impassibili davanti alla sua bravura. Nel sequel è affiancato da Lady Gaga che presta il volto alla mitica Harley Quinn. La storica amante di Joker, già rappresentata nell’omonimo film di James Gunn (e interpretata da Margot Robbie), qui appare come una donna calcolatrice, disposta a tutto pur di raggiungere il suo scopo. E sì, anche se la Lady Germotta convince sia come attrice e come cantante (il film è costruito come un lungo concerto), neanche il suo appeal riesce a risollevare le sorti del lungometraggio. È proprio una grande occasione sprecata perché non si sofferma, in particolare, su nessun tema in particolare. Tanto è vero che la parte musical non aderisce alla narrazione e la stessa narrazione è poco incisiva e per nulla esaltante. Perché non si è approfondito l’impatto di Joker sulla società attutale? Perché il racconto non si è focalizzato sul passato del personaggio di Arthur, preferendo di pennellare un personaggio vittima dei suoi stessi errori? Domande che non trovano risposta, purtroppo.

Buona l’idea ma pessima è la release finale

Che sia un film interessante, è impossibile non ammetterlo. Trasformare un cinecomic in un musical è stato un vero e proprio colpo di genio. Peccato che il sequel di Joker non ha bucato lo schermo come è successo per il precedente, dando agio alla parte cantata di prendere il sopravvento e di impedire alla narrazione di muoversi agilmente nella cornice del racconto senza dare spazio ai personaggi e impedendo al plot di implodere. Presentato nella cornice veneziana, il film ha creato scompiglio proprio perché non ha regalato le emozioni (vere e sincere) che il pubblico si aspettava.

 

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Trap, perché il nuovo film di M. Night Shyamalan è una grande occasione sprecata https://stage.italianinews.com/2024/08/28/trap-perche-il-nuovo-film-di-m-night-shyamalan-e-una-grande-occasione-sprecata/ https://stage.italianinews.com/2024/08/28/trap-perche-il-nuovo-film-di-m-night-shyamalan-e-una-grande-occasione-sprecata/#respond Wed, 28 Aug 2024 15:36:36 +0000 https://stage.italianinews.com/2024/08/28/trap-perche-il-nuovo-film-di-m-night-shyamalan-e-una-grande-occasione-sprecata/ Nei cinema italiani dal 7 agosto, il nuovo film del papà di “Il sesto senso” convince ma non fino in fondo. La vera perla di diamante è Josh Hartnett

Siamo di fronte a qualcosa di incredibile. Il nuovo film di M. Night Shyamalan, dal titolo Trap, è diventato un vero e proprio fenomeno al botteghino in italiano. Nelle sale dal 7 agosto è arrivato dopo una buona campagna pubblicitaria, costruita a dovere, in cui il pubblico è rimasto colpito (e sedotto) da un film thriller, usuale ma al tempo stesso molto originale nella messa in scena. Eppure, nonostante ciò, il film è stato una grande occasione sprecata che conferma le qualità di un regista che, però, non riesce mai a realizzare qualcosa di unico. M. Night Shaymalan si è imposto come regista visionario nel 1999 con The Sixth Sense, ma dopo il celebre film Bruce Willis, non ha trovato un soggetto di impatto che potesse far brillare le sue doti. Forse, solo Split nel 2016 è stato un caso. Il resto? Tutta noia. E Trap non è da meno. Pur contando su una storia che cattura il pubblico in un vortice sensoriale, le intenzioni finali non hanno bucato lo schermo. Peccato perché, l’interpretazione di Josh Hartnett è stata degna di nota.

Trap, di cosa parla il film?

Cooper è un vigile del fuoco che accompagna sua figlia a un concerto di una giovane e talentuosa pop idol. Il concerto stesso, però, è una trappola che stata ordita dalla polizia in un’operazione congiunta con l’FBI con le intenzioni di catturare un pericoloso serial Killer. Quel killer è proprio Cooper e, una volta che ha scoperto l’inganno, cerca di trovare una via di fuga per impedire che il suo segreto venga scoperto. Lui è scaltro, è intelligente e ha un fascino molto accattivante e alla fine, nonostante qualche intoppo, riesce a trovare una via di uscita insieme alla figlia. È quando torna a casa, però, che si consuma la tragedia. Una volta che la sua identità viene rivelata comincia una corsa forsennata per assicurare alla giustizia un killer pericoloso e mettere in salvo anche la sua prossima vittima.

Un thriller ben confezionato ma in odore di già visto

Dicevamo che il regista, in quanto a inventare storie di grande impatto, non ha eguali. È nella messa in scena che pecca molto. Non perché non abbia talento, questo sia chiaro, ma non ha le potenzialità per trasformare il film in un vero capolavoro. Trap, come quasi tutti i suoi lavori, convincono per una narrazione incisiva, intensa, a tratti emozionante ma queste buone intensioni si sgonfiano con il passar dei minuti. Trap, in questo caso, funziona più nella seconda parte (in cui il killer si rivela per quello che è) invece che nella prima in cui persino i dialoghi sono raffazzonati. E la buona idea di partenza non basta. Di fatti, Trap è stato il film dalle grandi occasioni sprecate. Visto però con un occhio meno critico, è un buon thriller estivo ma nulla di più.

Josh Hartnett che convince nel ruolo di un super cattivo  

Al di là di tutto, forse, l’unica nota di merito di questo film è proprio Josh Hartnett che interpreta Cooper, bello, dannato e scaltro. Da attore che non ha mai brillato nel firmamento di Hollywood e che ha sempre vissuto in sordina le luci della ribalta, torna in un ruolo da protagonista e mostra tutte le sue qualità più innante. Capace di essere così versatile che è impossibile non restare affascinati dal suo personaggio. Il film, in partica, vale solo per lui. Per il resto? Non è il capolavoro che di cui molti giornali hanno parlato.

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Com’erano belli gli anni ’90. Tre serie tv che oggi vorremmo (ri)vedere in streaming https://stage.italianinews.com/2024/08/27/comerano-belli-gli-anni-90-tre-serie-tv-che-oggi-vorremmo-rivedere-in-streaming/ https://stage.italianinews.com/2024/08/27/comerano-belli-gli-anni-90-tre-serie-tv-che-oggi-vorremmo-rivedere-in-streaming/#respond Tue, 27 Aug 2024 17:50:44 +0000 https://stage.italianinews.com/2024/08/27/comerano-belli-gli-anni-90-tre-serie-tv-che-oggi-vorremmo-rivedere-in-streaming/ Cosa c’era di bello in tv negli anni ’90? Qui una selezione dei programmi che meriteremmo (e che vorremo) rivedere all’epoca dello streaming selvaggio ma legale 

Erano altri tempi. In Italia c’era ancora la lira e il mondo – nonostante le guerre, le mattie e la crisi politiche – girava nel verso giusto. Più di tutti, gli anni ’90 hanno rappresentato un periodo molto florido per il mondo delle serie tv straniere nel nostro Paese. Quelle serie tv che arrivavano dall’America hanno proseguito nel formare l’immaginario di un mondo – con le sue contraddizioni – in cui pareva tutto ancora possibile. Un decennio importante non solo per la tv ma per il cinema, la letteratura e la musica. Proprio quel decennio, però, si sta perdendo nell’etere, sostituito da un movimento dove ogni cosa corre più veloce e ogni cosa è a portata di click. Come la tv, ad esempio. Oggi con l’avvento delle piattaforme in streaming, il mondo dell’intrattenimento è diventato una macchina macina soldi che, però, ha perso quel suo alone mistico che aveva proprio negli anni ’90. Di quel decennio, sono tanti i prodotti che la nuova generazione non conosce e non riesce ad apprezzare perché, per uno strano motivo, alcuni capisaldi della tv anni ’90 non sono ancora arrivati nelle tante piattaforme streaming disponibili in Italia. Ed è un vero peccato. Ci sono tanti cult che andrebbero riscoperti anche solo per conoscere come si è evoluto il concetto stesso di serialità – che prima era più dilatata di oggi-. Per questo motivo abbiamo selezionato tre serie tv che vorremmo vedere su Netflix o affini, e che meriterebbero un’attenzione in più.

Felicity

La serie tv è andata in onda negli States dal 1998 fino al 2002 ed è stata la prima che fu creata da JJ Abrams, il regista che – successivamente – ha dato i natali a Alias, Lost e Fringe. Qui si è cimentato in un racconto corale ma di grande impatto emozionale in cui ha cercato di raccontare il passaggio verso l’età adulta di un gruppo di giovani. Ambientato a New York e nel mondo universitario, al centro della vicenda c’è la giovane Felicity che, remando contro i desideri della sua famiglia, fugge nella Grande Mela per inseguire Ben, l’uomo di cui è follemente innamorata. Una scelta che cambierà radicalmente la vita di Felicity e che mostrerà alla giovane una vita frenetica ma dove tutto sembra possibile. La serie è una vera coccola per il cuore, ironica, leggera e appassionante. Introspettiva e adulta (nei temi), ha convinto perché ha mostrato il mondo dei giovani e degli adulti che guardavano con gioia al nuovo millennio. È andata in onda su Rai Due ma oggi non è presente in streaming su nessuna piattaforma, neanche gratuita.

Ally McBeal

In Italia è stata una delle serie tv di maggior successo di Canale 5 e in America ha lanciato nel firmamento delle star la mitica Calista Flockhart. In onda dal 1997 fino al 2002, Ally McBeal ha ridefinito i concetti stessi di un dramma legale. Con i ritmi di una commedia di stile e molto audace, e con dei personaggi protagonisti dalle caratteristiche fuori dagli schemi, Ally McBeal ha lasciato un segno nell’immaginario comune e collettivo. Al centro della vicenda c’è Ally – che di professione è avvocato – che si muove nella città di Boston e in uno studio legale pieno di personaggi molto particolari. Tra gag e cause legali, la serie ha macinato un consenso dopo l’altro, diventando un punto di riferimento in campo televisivo. Ha vinto diversi riconoscimenti tar cui 7 Emmy Awards. Oggi – purtroppo – è scomparsa dai palinsesti di Mediaset.

ER, medici in prima linea

Prima di Grey’s Anatomy c’era solo ER. È stata il capostipite delle serie mediche di oggi tanto da diventare un cult sotto tutti i punti di vista. Il primo episodio è andato in onda nel 1994, l’ultimo era nel maggio del 2009. 15 stagioni per un lungo racconto di formazione ambientato al Country General Hospital di Chicago, tra medici, infermiere e emergenze mediche. Una serie semplice ma complessa che ha saputo raccontare la sanità americana con un occhio critico ma opaco. Ben lontano dai toni da soap-opera di Grey’s Anatomy, ER ha brillato perché ha messo al primo posto il cuore dei medici e dei pazienti. Qui ha trovato successo George Clooney, per esempio, che ha militato nel cast nel ruolo di Doug Ross fino alla stagione 5. ER è andato in onda su Rai Due, per un periodo è stato disponibile su Now, poi è scomparso dai palinsesti.

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I tre libri romance da leggere ad agosto. Per un’estate carica di (grandi) emozioni https://stage.italianinews.com/2024/08/19/il-romanzo-bestseller-di-colleen-hoover-da-mesi-nella-classifica-del-new-york-times-e-in-corso-di-pubblicazione-in-29-paesi/ https://stage.italianinews.com/2024/08/19/il-romanzo-bestseller-di-colleen-hoover-da-mesi-nella-classifica-del-new-york-times-e-in-corso-di-pubblicazione-in-29-paesi/#respond Mon, 19 Aug 2024 17:52:40 +0000 https://stage.italianinews.com/2024/08/19/il-romanzo-bestseller-di-colleen-hoover-da-mesi-nella-classifica-del-new-york-times-e-in-corso-di-pubblicazione-in-29-paesi/ Uno sguardo ai libri da portare in spiaggia durante questa lunga estate caldissima. Abbiamo selezionato tre grandi storie d’amore da non perdere.

Sappiamo fin troppo quanto è cambiato il mondo della narrativa contemporanea. Oggi, grazie a una produzione di titoli di alto livello, il genere romance ha trovato grande spazio tra gli scaffali delle librerie tanto da trovare un successo che è andato ben oltre le aspettative. Il genere è uscito dalla nicchia in cui era caduto, emergendo dall’ombra e imponendosi nel mercato con storie vere, schiette e sincere che hanno trovato spazio tra il pubblico. Oltre alla produzione di libri in self publishing, di recente tante case editrici – medie e grandi – hanno speso tempo e energie per investire sulla narrativa romance. Difatti si contano centinaia di titoli sul genere e molti – anche grazie al fenomeno del passaparola e dei booktok – hanno trovato spazio nelle classifiche di vendita. Tra i tanti romanzi che sono usciti nel corso degli ultimi anni, molti sono davvero imperdibili e meritano di essere letti almeno una volta. Elencarli tutti è praticamente impossibile, come è altrettanto impossibile scegliere il più bello. Qui ne abbiamo selezionati solo tre che, secondo il nostro parere, sono perfetti per una lettura da spiaggia. Abbiamo scelto un titolo che è diventato un film (in arrivo in Italia il 21 agosto), un piccolo ma grande fenomeno della rete di un’autrice italiana, e una scommessa per la casa editrice di Giunti che ha investito su un romance contemporaneo ma a tinte LGBT.

It ends with us di Colleen Hoover

L’autrice è una tra le più affermate in ambito romance. Con diversi titoli di grande successo, It end with us è di sicuro quello di maggior successo. Il romanzo è diventato un film con Blake Lively – la celebre Serena di Gossip Girl – che arriverà nel nostro Paese dal 21 agosto. Edito per il mercato italiano da Sperling & Kupfer, la storia ruota attorno alla vicenda di Lily e Ryle. I due si incontrano per puro caso in una sera, sui tetti di un palazzo di Boston. Lei ha da poco seppellito il padre, lui è tutto preso dalla sua vita da medico. Si trovano, si perdono, si ritrovano, si amano e…si perdono di nuovo. Una storia dalle mille sfaccettature quella di It end with us che insegna cos’è il vero amore e il “coraggio di dire basta”. Il romanzo è diventato un bestseller grazie ai social e da mesi è nella classifica del New York Times. Attualmente, oltre al film, è in corso di pubblicazione in 29 Paesi.

Come la pioggia e la Scozia di Giulia de Martin

È stato uno dei primi grandi successi della Words Edizioni, casa editrice italiana che si è interessata nel dare voce a molti autori semi-esordienti, sfiorando tutte le sfumature più tipiche dell’amore. Come la pioggia e la Scozia è stato il primo romanzo – storico – di Giulia de Martin e a distanza di anni dalla pubblicazione è ancora uno tra i libri dell’autrice più amati dal pubblico. Ambientato nell’epoca regency – la stessa di Bridgerton, per intenderci –, la storia racconta la vicenda di Lady Freya – giovane donna che ha perso il suo patrimonio – e il bellissimo ma enigmatico lord Suffolk. Lei si troverà a lavorare come inserviente proprio nella casa dell’affascinante lord e, durante un viaggio in Scozia, tra i due sboccerà l’amore. Il romanzo è curato sia nella messa in scena che nei dettagli. Regala al lettore un’immagine bellissima dell’Inghilterra del 1818 oltre che una fotografia luccicante del ton inglese. Un libro unico, intenso e emozione che non si dimentica con facilità.

Da quando sei qui di Ester Manzini

La narrativa di genere ha promosso anche diverse storie in cui, al centro del racconto, ci sono due personaggi dello stesso sesso. I tipici “romance M/M” sono un vero e proprio fenomeno della rete ma anche le grandi case editrici hanno capito e compreso di investire su storie di questo tipo. Tra i tanti è giusto segnalare “Da quando sei qui”, che è disponibile per Giunti. Un romance puro, piccante, irriverente e intelligente che mette in scena la storia di Stefano e Giorgio. Il primo è un uomo tutto d’un pezzo che vive a Milano ma è in cerca di qualcosa di più dalla vita, l’altro sfugge persino da se stesso, rifugiandosi nella sua villa in Val Trompia. Per una pura casualità, le vite di Stefano e Giorgio si intrecciano per non slegarsi mai più. L’autrice, che è al suo esordio per una casa editrice come la Giunti, scrive un romanzo molto interessante e che si lascia leggere tutto d’un fiato, affrontato la tematica dell’omosessualità con un piglio deciso e mai volgare.

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Quei pubblicitari degli anni ’60: in streaming ritorna il mito di Mad Men https://stage.italianinews.com/2024/08/10/quei-pubblicitari-degli-anni-60-in-streaming-ritorna-il-mito-di-mad-men/ https://stage.italianinews.com/2024/08/10/quei-pubblicitari-degli-anni-60-in-streaming-ritorna-il-mito-di-mad-men/#respond Sat, 10 Aug 2024 13:50:20 +0000 https://stage.italianinews.com/2024/08/10/quei-pubblicitari-degli-anni-60-in-streaming-ritorna-il-mito-di-mad-men/ Disponibile su Netflix dal prima agosto, la serie di Mad Men è un viaggio di cuore e di pancia nell’America del secolo scorso, tra vizi, virtù e voglia di libertà 

Ci sono serie che non passano mai di moda. Ci sono serie tv che riescono a imporsi fin dal primo momento nell’immaginario collettivo grazie alla loro capacità di raccontare il mondo di ieri e anche quello di oggi. E nella tv mordi e fuggi e in quella fruita grazie alle piattaforme streaming è impossibile non parlare di Mad Men. La serie, andata in onda negli Usa dal 2007 fino al 2015, è stata una di quelle produzioni che sono nate con l’intenzione di catturare l’attenzione di uno spettatore più attento e di chi era in cerca di una narrazione incisiva e poco convenzionale. Nasce sulla rete tv che ha trasmesso Breaking Bad e di The Walking Dead e in Italia, in sordina, è arrivata prima su Sky per trovare poi posto in diverse piattaforme streaming. Dopo un periodo di assenza, tutte e sette le stagioni di Mad Man dal primo agosto sono su Netflix e per i fan  è il momento adatto per rivedere tutte le storie più iconiche della serie tv. Per i neofiti, invece, può essere un modo per immergersi tra le maglie di un racconto intenso e per nulla banale che fotografa il mondo di ieri e ciò che eravamo e ciò che siamo diventati. Sviluppata da Matthew Weiner, lo show ha vinto nel tempo 4 Golden Globe, 15 Emmy Awards e un lungo plauso da parte della critica. Si può parlare di capolavoro? Assolutamente sì.

L’America e gli sfavillanti anni ’60

Ambientata nella New York degli anni 1960, la serie si focalizza sulle vite di alcuni pubblicitari che lavorano per l’agenzia pubblicitaria Sterling & Cooper – poi Sterling Cooper Draper Pryce e infine Sterling Coopers & Partners –  di Madison Avenue, concentrandosi in particolare sulle vicende del suo direttore creativo, Don Draper. L’ambientazione della serie ritrae i mutamenti sociali in atto negli Stati Uniti in quel determinato periodo storico: fra gli eventi citati nel corso delle varie stagioni ci sono la campagna presidenziale che contrappose John Fitzgerald Kennedy a Richard Nixon (1960), la crisi dei missili di Cuba (1962), l’assassinio di Kennedy (1963), le lotte per la conquista dei diritti civili degli afroamericani e il primo allunaggio. Storia e mito si uniscono per un ritratto fresco e per nulla edulcorato di una società moderna e consumistica.

Don Draper, un personaggio pieno di luci e ombre

Mad Men non è una serie come le altre. Non punta a costruire una vicenda carica di colpi di scena ma si prende i suoi tempi, preferendo tratteggiare – per l’appunto – l’immagine dell’America anni ’60 e preferendo lanciarsi su una critica aspra e crudele sulla società dei consumi. E, neanche a dirlo, lo fa attraverso le storie di diversi pubblicitari che alimentano quel consumismo. Ma, il pregio di Mad Men è anche (e soprattutto) la presenza di Don Draper che è interpretato da un magnetico Jon Hamm. Lui non è solo il protagonista indiscusso della serie, che emerge su tutti, ma è il prototipo dell’uomo forte e maschilista che la società del passato ha sempre venerato. Lui è un personaggio criptico, volubile, che passa da una storia all’altra con una facilità estrema, è un uomo a cui piace bere e fumare, che è consapevole di essere bravo nel suo lavoro e con il potere di riuscire sempre ad ottenere ciò che vuole. Don è freddo, calcolatore, non riesce quasi mai a empatizzare con nessuno, è egoista e pensa solo a se stessa. Eppure, nonostante tutti questi difetti, Don è specchio di un’America che guarda al suo passato e che cerca di scrollarsi di dosso gli anni bui della guerra e della crisi economica. È un personaggio che si oda e che si fa amare allo stesso tempo, proprio perché è contraddittorio.

La storia e la cultura di un tempo che riflette sul nostro stesso futuro

Come si può notare, Mad Men è un racconto che affonda le mani nella tradizione degli anni ’60, esplorando la storia più moderna con gli occhi di chi l’ha vissuta. Si parla di boom economico, di guerra in Vietnam, di moda, di donne che fanno i primi passi nel mondo del lavoro e poi si guarda all’America, a quella grazie Nazione che sta risorgendo dalle sue ceneri ma che resta comunque imbrigliata in un passato che non vuole cancellare. Allo stesso tempo, gli anni ’60 diventato uno specchio per guardare al nostro futuro e capire quanto c’è ancora da fare per costruire un mondo libero e migliore.

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