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Tyre Nichols: smantellata la squadra Scorpion; proteste nel Paese - Italianinews

Tyre Nichols: smantellata la squadra Scorpion; proteste nel Paese

L’ unità Scorpion, di cui facevano parte i cinque agenti che, il 7 gennaio, hanno picchiato a morte Tyre Nichols, morto dopo tre giorni di agonia, è stata definitivamente smantellata dai vertici della polizia di Memphis.                                                                                                                                                          “Nel processo di ascoltare attentamente la famiglia di Tyre Nichols, i leader della comunità e gli ufficiali non coinvolti che hanno svolto un lavoro di qualità nei loro incarichi, è nell’interesse di tutti disattivare definitivamente l’Unità SCORPION”, ha affermato il dipartimento in una dichiarazione che è seguita alla trasmissioni, sui principali media degli Stati Uniti, dei filmati che hanno raccontato la bestiale e ingiustificata violenza che è costata la vita a Nichols, che aveva 29 anni ed aveva un figlio di quattro anni, fermato per una presunta violazione al codice della strada e picchiato fino a fargli perdere conoscenza.      I cinque agenti ora sotto accusa per omicidio facevano parte dell’ormai disciolta  Scorpion, acronimo di Street Crimes Operation to Restore Peace In Our Neighborhoods, che era stata creata nel novembre del 2021, quando il tasso di omicidi a Memphis era alle stelle, per garantire maggiore sicurezza nelle strade e per rispondere alle proteste dei residenti.  “Voglio assicurarvi che stiamo facendo tutto il possibile per evitare che ciò accada di nuovo”, aveva affermato il sindaco di Memphis Jim Strickland poco prima della pubblicazione delle immagini del pestaggio di Tyre Nichols. Non si sono comunque fermate le proteste in molte città americane dopo la trasmissione dei video. A Charlotte, i manifestanti hanno marciato cantando “niente giustizia, niente pace” e “di chi sono le strade? Le nostre strade”. Nel centro di Atlanta, si è tenuta una protesta vicino al Centennial Olympic Park, dove molte persone hanno tenuto cartelli chiedendo giustizia per il 29enne Nichols. Un folto gruppo di manifestanti si è riunito ieri pomeriggio davanti alla Massachusetts State House di Boston, gridando  “Vogliamo giustizia per il nostro popolo”. Proteste anche a Baltimora, Pittsburg,  Colombus e Salt Lake City.                                                                   L’ex presidente Barack Obama e la moglie Michelle hanno dichiarato che la morte di Nichols è un altro “doloroso promemoria di quanto l’America deve ancora spingersi per sistemare il modo in cui controlliamo le nostre strade”.                                                                                                                         I cinque agenti coinvolti nell’aggressione a Nichols – Desmond Mills Jr., Tadarrius Bean, Demetrius Haley, Emmitt Martin III e Justin Smith -, dopo essere stati licenziati dal dipartimento di polizia di Memphis, sono stati accusati formalmente di omicidio di secondo grado, aggressione aggravata, rapimento aggravato, cattiva condotta ufficiale e oppressione ufficiale (le ultime due contestazioni dovrebbero riferirsi all’essere i poliziotti pubblici ufficiali).
Il reverendo Al Sharpton, autorevole attivista per i diritti della popolazione nera, ha definito “orribili” le riprese video che mostrano gli agenti picchiare Nichols: “Quasi tre anni dopo che l’omicidio di George Floyd ha scosso il mondo, eccoci qui. Questo video dovrebbe essere tutto ciò di cui una giuria ha bisogno per condannare ciascuno dei cinque agenti che hanno implacabilmente picchiato a morte Tyre Nichols. Deve essere fatta giustizia per Tyre e la sua famiglia”. L’attivista per i diritti civili ha affermato che a meno che gli agenti “non vedano continuamente che coloro che usano la forza contundente andranno in prigione”, il ciclo di brutalità della polizia continuerà. “Devono capire che un distintivo non è uno scudo che permette loro di uccidere qualcuno durante un blocco del traffico”, ha detto. “E l’unico modo per farlo è attraverso condanne e leggi”.

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