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Amnesty: il nuovo rapporto sulla repressione di donne e bambine da parte dei talebani in Afghanistan - Italianinews

Amnesty: il nuovo rapporto sulla repressione di donne e bambine da parte dei talebani in Afghanistan

“Morte al rallentatore: le donne e le bambine sotto il regime dei talebani”

È il titolo del nuovo rapporto di Amnesty International che descrive le vite devastate dalla repressione e i diritti umani negati a donne e bambine dell’Afghanistan

Da quando i talebani nell’agosto del 2001 hanno preso il controllo dell’Afghanistan, vengono sempre più spesso violati i diritti di donne e bambine al lavoro, all’istruzione, alla libertà di movimento, al sostegno e alla protezione nei casi di violenza domestica e si vede un preoccupante incremento di matrimoni precoci e forzati di bambine in età infantile. Il rapporto di Amnesty International denuncia inoltre dati inquietanti che riguardano intimidazioni, sparizioni, torture fisiche e psicologiche, arresti di donne che provano a ribellarsi all’oppressione dei talebani.

 

Il diritto di vivere in modo dignitoso

Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ci racconta come

A poco meno di un anno dalla presa del potere dei talebani, le loro spietate politiche stanno privando milioni di donne e bambine del diritto a vivere in modo sicuro, libero e prosperoso. Considerate nel loro insieme, quelle politiche formano un sistema che discrimina le donne e le bambine in quasi ogni aspetto della loro vita. Ogni azione quotidiana – se andare a scuola, se e come lavorare, se e come uscire di casa – è controllata e fortemente limitata. Questa soffocante repressione aumenta ogni giorno. La comunità internazionale deve pretendere urgentemente che i talebani rispettino i diritti delle donne e delle bambine. 

Dall’agosto del 2021 i talebani detengono di fatto il potere autoritario dell’Afghanistan e, nonostante avessero inizialmente pubblicamente espresso di volere rispettare i diritti umani di donne e bambine, di fatto stanno attuando in modo sistematico una politica fortemente discriminatoria nei loro confronti. Amnesty International chiede pertanto un cambiamento radicale delle politiche dei talebani.

 

L’indagine avviata da Amnesty

Una missione di ricerca di Amnesty International ha visitato l’Afghanistan e avviato un’indagine, partita nel settembre 2021 che si è conclusa a marzo 2022, nella quale sono state intervistate 11 bambine e 90 donne, di età compresa tra 14 e i 74 anni residenti in province sparse dell’Afghanistan. Secondo diverse fonti, emerge che sempre più donne vengono arrestate se si trovano fuori dalle mura domestiche senza un mahram, ovvero un accompagnatore di sesso maschile, o se si trovano in compagnia di un altro uomo che non sia un mahram e pare che il numero di donne arrestate stia aumentando di mese in mese. In queste interviste emergono inoltre vicende agghiaccianti nelle quali donne, in particolare quelle che osano manifestare dissenso nei confronti del regime talebano, subiscono pesanti torture fisiche e psicologiche (scosse elettriche, percosse, minacce ai familiari che si trovano fuori dal carcere). Dopo la pubblicazione di immagine di manifestanti ferite, i talebani hanno attuato una nuova strategia punitiva, come un’attivista racconta ad Amnesty:

Ci hanno picchiate sul seno e in mezzo alle gambe, in modo che non potessimo mostrare le ferite. Un soldato talebano mi ha detto: “Posso ucciderti proprio in questo momento e nessuno dirà nulla”. Ci picchiavano e ci insultavano ogni giorno.

 

Le condizioni disumane delle manifestanti detenute e i matrimoni forzati

Le donne sottoposte ad arresto per “corruzione morale” si ritrovano in condizioni disumane, obbligate a isolamenti, torture, pestaggi,  a vivere in celle sovraffollate, senza la possibilità di utilizzare medicinali, con pochissimo accesso al cibo o all’acqua e nei mesi invernali al riscaldamento.

Una giovane donna sulla trentina ha raccontato ad Amnesty di aver dovuto dare in sposa la figlia appena tredicenne al vicino di casa di trent’anni per un prezzo che corrisponde a circa 650 euro; la donna ha dichiarato di sentirsi sollevata all’idea che sua figlia, almeno, smetterà di soffrire la fame.

 

 

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