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Back to 2022 – Perchè in Italia abortire è ancora così difficile?

Le donne sono davvero libere di abortire in Italia?

Fino al 1978 in Italia il Codice penale ha considerato l’aborto un reato, punendolo con la reclusione da due a cinque anni, con diverse aggravanti nel caso di lesioni o mancato consenso della donna interessata.

Grazie ai movimenti femministi e alla campagna antiproibizionista promossa dai Radicali e alla storica sentenza n. 27 del 18 febbraio 1975, che dichiarava la parziale illegittimità costituzionale dell’art. 546 del Codice penale, il 22 maggio 1978 venne promulgata la legge 194/78, consentendo, nei casi previsti, di poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG).

Come è possibile leggere sul sito ufficiale del Ministero della salute “Oggi in Italia la donna può richiedere l’interruzione volontaria di gravidanza entro i primi 90 giorni di gestazione per motivi di salute, economici, sociali o familiari”. Oltre i casi previsti, sono anche indicate dalla Legge 194/78, le procedure da seguire in caso di richiesta di interruzione di gravidanza. Si richiede “esame delle possibili soluzioni dei problemi proposti, aiuto alla rimozione delle cause che porterebbero all’interruzione della gravidanza, certificazione, invito a soprassedere per sette giorni in assenza di urgenza, sia entro che oltre i primi 90 giorni di gravidanza”.

Nonostante la legge in questione, che non comprende comunque una serie di motivazioni che porterebbero alla scelta altrettanto importanti, vi è anche un altro ostacolo. Uno di questi è l’obiezione di coscienza, causa delle carenze strutturali di personale medico oppure i tempi troppo lunghi e farraginosi di accesso ai servizi. Si pensi ad esempio alla situazione del Molise, in cui sottoporsi a un’interruzione di gravidanza ad oggi è quasi impossibile (ne parliamo in questo articolo).

Molti rinunciano al diritto di abortire

L’ultima relazione, presentata dal Ministero della salute al Parlamento a luglio 2021 (il cui scopo è quello di controllare l’andamento della legge) riporta i dati definitivi relativi all’anno 2019 e quelli provvisori relativi all’anno 2020. Quello che emerge è l’evidente riduzione del numero di interruzioni di gravidanza rispetto agli anni precedenti. L’Italia è infatti tra i paesi con i più bassi tassi di abortività in Europa.

Come è possibile leggere nella relazione, “nel 2019 sono state notificate 73.207 IVG, confermando il continuo andamento in diminuzione del ricorso all’IVG (-4,1% rispetto al 2018) a partire dal 1983”. Per quanto riguarda l’età dei soggetti coinvolti invece si legge: “Il ricorso all’IVG nel 2019 è diminuito in tutte le classi di età rispetto al 2018, tranne che tra i 35 e i 39 anni. In particolare, questa diminuzione si è osservata tra le giovanissime, i tassi di abortività più elevati restano nelle donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni”.

Per quanto riguarda l’obiezione di coscienza invece “nel 2019 il fenomeno ha riguardato il 67% dei ginecologi, il 43,5% degli anestesisti e il 37,6% del personale non medico, valori in diminuzione rispetto a quelli riportati per il 2018”, ma comunque molto alti.

Le testimonianze di chi ha scelto di abortire

Vanity Fair riporta il caso di Laura e di suo marito Manuel, una coppia che dopo aver deciso di seguire il percorso di fecondazione assistita riesce finalmente a realizzare il suo sogno. Laura infatti rimane incinta, ma ben presto la felicità ha lasciato il posto alla preoccupazione, quando i futuri genitori scoprono che la bambina, Olivia, ha una grave malformazione.

La malformazione della nostra bambina si chiama onfalocele: tra la decima e la dodicesima settimana non si chiude l’ombelico e gli organi si sviluppano esternamente. Nel caso di Olivia la situazione era molto grave perché diversi organi erano già cresciuti esternamente”, racconta Laura a Vanity Fair.

Notizia che viene accompagnata dalla necessità di prendere una decisione in merito alla gravidanza. Purtroppo però, gli ostacoli sono stati tanti. La famiglia al tempo viveva tra Dubai e l’Italia, e chiaramente la scelta è ricaduta in primis sugli ospedali italiani. “Quando abbiamo chiamato in Italia sono rimasta sconcertata dalle risposte – spiega Laura – “Non so come aiutarla”, “Dovrebbe venire tramite il sistema sanitario nazionale così può rientrare nelle statistiche”, “Lei non può abortire”. A quel punto mio marito si è attivato e abbiamo trovato una clinica in Svizzera che ci ha dato tutto il supporto di cui avevamo bisogno”.

La storia di Francesca

Laura non è l’unica donna che ha dovuto vivere un’esperienza traumatica, un’altra testimonianza arriva da Francesca Tolino del collettivo “Libera di Abortire”, che non si è mai fermata nel raccontare la sua storia tra social e giornali. 

La storia di Francesca risale al 2019, quando già madre di due bambini, decide di abortire a causa delle gravi malformazioni al cuore del bambino. A Roma Today ha raccontato: “Ci sono voluti dieci giorni per capire a chi rivolgermi, addirittura il mio ginecologo mi aveva consigliato di andare a Londra. Ma di spendere decine di migliaia di euro lontano da casa per abortire mi sembrava un’assurdità”.

Una scelta presa dopo diversi esami e tentativi di farle cambiare idea, infatti, “Ho incontrato solo specialisti – ricorda Francesca – che invece di farmi un quadro scientifico della situazione, hanno provato a farmi cambiare idea e farmi sentire in colpa, dandomi anche informazioni false. Infatti, solo dopo l’autopsia, è venuto fuori che il feto in ogni caso non avrebbe raggiunto l’ottavo mese di gestazione”.

Alla fine, Francesca riesce a portare a termine l’aborto: “riesco alla fine ad entrare in un ospedale pubblico, in cui non sono stata maltrattata e torturata fisicamente e psicologicamente” tuttavia, arriva una terribile scoperta. Il feto partorito era stato sepolto, tre mesi dopo l’aborto, nel “Campo degli Angeli” del cimitero Flaminio, con una croce che riportava il nome della madre.

Le testimonianze come quelle di Francesca sono tantissime. In un podcast di Smackonline, dove le si domanda come mai sia così difficile cambiare le cose, la donna risponde: “Perché questo non è un paese laico, non si parla di autodeterminazione femminile e non si affronta davvero la lotta al patriarcato –dichiara Francesca, aggiungendo – L’obiezione di coscienza da scelta personale e quindi del singolo medico è ormai diventata strutturale e rende impossibile di fatto l’accesso al diritto. Infine, perché c’è un fortissimo stigma sociale che punisce tutte le donne e le loro scelte” conclude.

 

 

 

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